Da qualche giorno mi alzo al mattino con un pensiero fisso e poco piacevole: che cosa far fare ed insegnare a Katia del Grande Fratello.
“Ho dato il là” mesi fa(forse non sono stata molto cortese ed educata) alla creazione di soprannomi ai colleghi più strani e “meno dotati” (cerebralmente e umanamente). Il nostro terzo piano è popolato da principi persiani “Babà”, orchi bassottelli con bulbi oculari protesi un po’ troppo in avanti e da pochi giorni da una giovane aspirante velina dai capelli “alla Katia GF”.
Katia GF è alquanto sveglia. Ha voglia di fare. Però ha anche tanta voglia di farsi fare.
Da chi ancora non lo so, vorrei indagare, ma al momento non ho né voglia né energie (leggere come “tempo da perdere”).
La sua scrivania è ora di fianco alla mia. Lei mi osserva, del resto sta imparando “il mio ruolo”. Mi sembra, quindi, giusto parlarle di me, almeno delle cose più basilari che un buon essere pensante dovrebbe conoscere di me e di ciò che di buono, poco, ho da poter offrire.
Le ho fatto cenno della mia passione spudorata per Sex & the City: “oh, in quel telefilm fanno cose strane”. Le ho mostrato i cuccioli cercamici zoo3 appena usciti in edicola, ancora più morbidi e pelosi: “ma tu hai passioni strane!”. Le ho offerto un’arancia: “oh, no, io mangio solo mele”. Le ho parlato di viaggi fatti e da voler fare: “quest’estate sono stata a Marina di Ravenna però in Duna c’era meno gente del solito”.
Poi mi ha chiesto dove fosse Benevento. E non ha riso alla mia battuta su “L’Aquila città” scritta con la CQ.
Mi arrendo: non si riesce ad insegnare niente a queste generazioni di tronisti. Nemmeno a stare umilmente su un trono (cioè, scomoda sedia da ufficio, per di più senza rotelle).
C’è un motivo “tecnologico ed elettronico” per cui il Blackberry non dorme mai. Ci illudiamo di spegnerlo poco prima di addormentarci, durante i momenti in cui non possiamo (dovremmo) essere disturbati. Invece, lui è con noi, non dorme. Cerca, invano, di essere amico fedele, di non abbandonarci, ma quando meno te lo aspetti “sviene”.
E sviene nel bel mezzo di una comunicazione, mentre parli con tono stanco e qualsiasi, dall’auricolare, tornando dal lavoro, guidando a discreta velocità in autostrada. E proprio quando pensi che sia caduta la linea e di non aver la forza (voglia) di richiamare, godendoti gli ultimi chilometri che ti separano da casa in completo silenzio, il tuo piccolo mondo di affetti comincia a muoversi, quasi “ribollendo”. L’amico Blackberry è un duro. Non sviene come noi comuni mortali: ci afflosciamo a terra, come pere mature cadute da un albero, completamente senza cenni di vita per qualche secondo. Lui continua a muoversi: riceve ed invia messaggi, e-mail, ma non ha rete per fare e ricevere chiamate. A linea apparentemente caduta, mi provano a richiamare. Rete non disponibile. L’essere umano è di indole pessimista ed un po’ “porta-sfiga”: “era in autostrada, stanca, non riesco più a prendere la linea, la comunicazione si è interrotta improvvisamente”, UGUALE, “ha fatto un incidente”. Partono le catene di telefonate, ricerche ed interrogativi sulle mie precise ed eventuali posizioni satellitari. Nel frattempo io continuo a godermi il silenzio nei miei ultimi chilometri di viaggio. Arrivo a casa, pioviggina. Metto la macchina in garage, salgo lentamente le scale, apro la porta di casa, saluto i miei cani che mi aspettano con ansia perché affamati, mi tolgo abiti ormai troppo “impegnativi” da tenere ancora addosso, faccio una lunga minzione e mi dirigo in cucina. Stasera un qualcosina di leggero, penso. Dispongo sul tavolo le vittime della mia subitanea carneficina, quando sento in lontananza un rimbombare di passi veloci e pesanti ed una voce tuonare: “Siamo tutti in pensiero!”. “Meno male, pensare è una buona cosa, figuriamoci esserci dentro (IN) ed in compagnia (SIAMO)” dico io.
Nella vita certi eventi capitano così di rado, che quando capitano meritano una particolare attenzione: come per la cometa di Halley, le eclissi solari, le occasioni irripetibili.
In una piovosa serata infrasettimanale, sola in penombra ad inebriarmi di un ottimo incenso acquistato in Giappone pochi mesi fa, il respiro affannoso del cane sul tappeto, le prime parole dell’ennesimo episodio di Sex & the City che rimbombano nella mia testa per un momento tanto lungo quanto l’innescarsi della mia reazione emotiva.
Quali sono state le occasioni irripetibili nella mia vita? Quali ho colto?
Forse tante, perché ho sempre deciso di fare tante cose.
Ma non di tutte queste posso parlarne con vera emozione (probabilmente perché di emozione non ne hanno scaturita un granché in me).
Però di una un’emozione irripetibile provocata da un’occasione irripetibile potrei parlare.
Quando si modifica qualcosa dentro ognuno di noi, si modifica anche il nostro potenziale “vivere futuro”. Si percepisce il nostro cambiamento quasi sempre dopo che è avvenuto, o comunque cominciato da tempo, perché il confronto con “il noi di prima” dimostra a noi stessi un cambiamento che non può non essere percepito “perfino” da noi stessi.
E’ probabile che il proprio cambiamento venga percepito prima da chi ci osserva da fuori. Noi siamo troppo impegnati a stare male, a sentirci strani, a non “avere voglia delle cose che facevamo prima” (o che accettavamo).
Una mattina nuvolosa e calda, in un tempio scintoista di Kyoto, quest’estate, ho conficcato alcuni incensi accesi tenuti insieme da una fascetta di carta viola nella cenere, quella cenere che un tempo erano altri incensi bruciati a loro volta e conficcati nella stessa cenere. Quando i credenti nel scintoismo pregano o cercano un contatto con le loro spiritualità accendono incensi. Mi ricordo di aver fissato per qualche secondo le punte dei bastoncini ardere velocemente, poi pian piano rallentare il loro corso. Lessi questo come un cattivo segno. So cosa dissi tra me quando guardai gli incensi in quei pochi secondi. Chiesi un’occasione irripetibile.
Non so quanta forza mi ci sia voluta per cercare un forte cambiamento. Forse non tanta quanta invece mi è stata necessaria per accettare un’occasione irripetibile. Del resto voluta. Capitata nel momento stesso in cui sarei stata in grado di coglierla.
Ecco, so che non è il “cambiare lavoro”. So che non è “il dover ricominciare ad ingranare in un altro ambiente”.
E’ e sarà il prendere quello che mi spetta, perché io l’ho aspettato tanto. E’ il ri-vedermi adolescente, studentessa universitaria fantasticante su come sarebbe stato bello “lavorare lì dentro”.
Ho patito nell’attesa come non mai. Sintomo dell’importanza che aveva (avrebbe potuto avere) anche un piccolo gesto di attenzione nei miei confronti. Un’azienda che mi ha scaturito (scaturisce) emozioni simili ad un Uomo. Speriamo sia quella giusta, un po’ come l’Uomo.
Che poi non ho ancora capito quando un qualcosa “fa per noi”, “è giusta per noi”.
L'amico dell'Alieno ne ha già parlato. Ormai ne parlano tutti e tutti ne hanno già parlato. Io non ne vorrei parlare ma ne sono vittima quanto gli altri, quindi, ne parlo. Facebook è diventato un pò come il cellulare a fine anni '90. Ancora non tutti ce l'avevano, tutti lo volevano avere. Adesso tutti ne hanno più di uno. Ora quasi tutti siamo "facce da libro" e "sul libro". Fra poco tutti saremo "facce da libro" e le facce più belle e le personalità più spiccate diverranno "facce da segnalibro". Ho concesso la mia faccia a Facebook prima di andare in vacanza, a giugno\luglio. Ho trascorso il periodo pre-vacanze in preda ad una crisi epilettica da ricerca e disperato bisogno di "fama". Perchè di "piccola e patetica fama" si tratta. Sotto il falso desiderio di trovare vecchi amici che altrimenti non avremmo mai potuto trovare in altro modo (e voluto), insceniamo questo teatrino delle relazioni che non si spezzano, che facciamo in modo che rimangano ben salde, quando l'unica cosa che ci interessa è visionare le foto dei nostri conoscenti per vedere se conducono una vita più divertente della nostra, se hanno avuto figli, se sono invecchiati bene, se siamo ancora noi i "più in forma ed i più belli". Controllare che lavoro fanno ora, con chi sono a loro volta in contatto è la fase successiva di questo macabro gioco del "sapersi osservati e dell'osservare". Rimango iscritta a Facebook e continuerò a caricare foto della mia vita, le foto più belle in cui sprrido di più, arricchendole di descrizioni divertenti e nostargiche insieme. Se proprio devo mettere in scena la mia vita, che sia un gran bello spettacolo (per me e per chi mi guarda)!
I malati di parole “scritte e non”, i fanatici del trasportare anche la più minima sensazione in parole che consentano la sua descrizione e narrazione, come me, hanno le loro parole preferite. Oppure, nei peggiori dei casi, se le inventano.
La prima parola che ho inventato è stata “emmonete” per poter esprimere il suono delle monetine in tasca e nello stesso tempo la loro urgenza di averle nel caso in cui si deve pagare qualcosa “in spicci”. Era il lontano 2000. Da quel momento le parole non presenti sul dizionario della lingua italiana perché inesistenti ma fortemente onomatopeiche e piacevoli per il loro suono e le immagini che richiama il loro sentire sono diventate la mia passione.
Il “pitirri” non esiste ma per me è quando una crepes oppure una frittata non tiene la forma una volta girata dall’altro lato per completare la cottura. Il dorato cerchio si spappola e si crea delusione e sconforto: “anche questa volta ho messo troppo latte, ancora un pitirri”.
L’amico che “non ci arriva” ma non può essere offeso diventa un “idioga”. Mai giudicare, non ne sono capace e non reputo di averne nessun diritto, ma la palese “idiozia” deve essere necessariamente fatta notare alla persona cara dandole dell’idioga. La persona capirà e rifletterà sull’errore.
Esiste anche il meraviglioso mondo delle parole esistenti e grammaticalmente corrette. Le mie preferite sono “margherita” e “purezza”. La prima perché il suono mi ricorda un fiore con moltissimi petali sottili, mai nome comune fu più azzeccato. La seconda perché mi ricorda una scopa che spazza un meraviglioso pavimento color marrone\grigio, l’idea della pulizia e dello sgombro da cose inappropriate.
La cosa per me si complica perché associo una parola di cui ho voglia con una cosa da fare. Se ho voglia di “purezza” devo andare a correre e camminare nei prati. Ma non prati qualsiasi: quelli dove sono cresciuta e vivo. Se mi viene voglia di purezza e non sono a casa “sono guai”. In quel caso dovrò mangiare gelato alla nocciola. Perché il gelato alla nocciola sia un mio feticcio alimentare e mentale non mi è ancora chiaro.
Mi è chiaro, però, perché solo i campi “delle mie origini” mi facciano questo effetto: era l’unico luogo che potevo raggiungere da piccola con le mie gambe, scappando da casa. Un po’ come fare “piazza pulita”, un po’ come raggiungere la purezza.
Anche le raccolte di racconti hanno i “loro perché”. Soprattutto se i racconti seguono un filo comune, almeno uno stesso argomento. No geisha, piccola biblioteca Oscar Mondadori, è un libricino che qualunque donna dovrebbe leggere. Il filo comune dei racconti, ben otto, è la trasformazione della donna nel corso della sua maturazione, psicologica e fisica, raccontata e descritta da otto scrittrici, di tutto spessore, giapponesi tuttora in vita. Donne giapponesi nel Giappone di oggi sono le protagoniste, del libro, solamente, perché le protagoniste di ciò che viene narrato sono le donne in crescita in qualsiasi parte del mondo. Mi duole dover ammettere che mi sarebbe piaciuto leggere “un qualcosina di simile” scritto da donne occidentali, soprattutto europee, non “gasate” americane. Forse, non siamo ancora così attente ai nostri cambiamenti personali e sociali. Ruth Ozeki, scrittrice e regista giapponese trapiantata, di sua scelta, a New York, mi ha convinto non solamente ad acquistare il libro ma ad iniziare la sua lettura in macchina (dopo essermi chiusa dentro visti i tempi che corrono) appena uscita dalla libreria grazie a queste parole: “le storie riflettono le esperienze di protagoniste molto diverse tra loro. Le storie sono, a tratti, delicate ed esplicite, incalzanti e aggressive, dolci e accattivanti, intense ed ironiche. Affrontano ogni tema, dalla scoperta della sessualità all’amore, dai maltrattamenti alla perversione, dalla maternità al divorzio, fino alla morte. E anche se così diversi nei toni e nel contenuto, questi otto racconti hanno in comune un approccio narrativo coraggioso e concreto, che appartiene decisamente all’immagine della donna nel Giappone di oggi. Le donne giapponesi hanno fatto tanta strada dal mondo delle geishe e di Madame Butterfly. Ma quanta?” Queste donne siamo noi, delicate ma esplicite, incalzanti ed aggressive ma dolci ed accattivanti, intense ed ironiche (soprattutto auto-ironiche). Queste donne siamo noi, che scopriamo prima il sesso con timore e poi l’amore, per poi arrivare, finalmente, a far sesso con amore e con chi amiamo. Che ci maltrattiamo nel rimanere e nel creare situazioni perverse fino a farci veramente del male. Che vogliamo diventare mogli, compagne. Che vogliamo diventare madri. Che vogliamo diventare, poi, autosufficienti e reattive. Che vogliamo, ogni tanto, morire.
Quando, stranamente, ho voglia di voci in sottofondo e, chiamala se vuoi, compagnia, non riesco a trovare nessuno nell’arco di un’azienda di 100 unità umane che venga a pranzo con me al ristorante giapponese. In realtà mi sono dimenticata di chiederlo alla segretaria marocchina del primo piano, ma non credo mi avrebbe detto di sì. Avremmo potuto approfondire i nostri brevi scambi in ascensore o sulle scale sull’importanza di avere un uomo ricco e di forte carattere al proprio fianco (lei lo sta cercando, io ho trovato forza di carattere ma cene “fuori” limitate) e sulla necessità di sapere molte lingue e viaggiare per aprire opportunità di lavoro e mente (sono pienamente d’accordo).
Mi incammino sulla mia utilitaria da sola (mi piace molto, in realtà “sola”) con in sottofondo il cd masterizzato, che salta causa usura, delle hits dance più “da intenditore”. Quando andavo al liceo facevo dei “viaggi” (mentali, non chimici e “stupefacenti”) molto dettagliati quanto fantasiosi sulle canzoncine dance. Ballavo chiusa in bagno con la musica a palla, facendo finta di ballare sul cubo di una famosa discoteca in voga, immaginavo i ragazzi in delirio nel vedermi in tutto il mio splendore. Beh, a quei tempi studiavo molto, quindi da qualche parte l’idiozia dovevo pur sfogarla.
Arrivo al mio ristorante preferito, parcheggio, cerco di attraversare la strada da sola (ho un problema di coordinamento carreggiate di senso opposto quando devo attraversare la strada, poi mi viene l’ansia, rallento tutto d’un colpo, accelero, insomma…normalmente chi è con me mi da la mano per attraversare la strada) ed entro. La cameriera arguta mi vede da sola senza colleghi, io esordisco “sono sola oggi”, mi fa sedere. Ordino porzioni doppie di yaki gyoza, california maki e tè verde.
Fortunatamente, nessuno è voluto venire con me a pranzo. La tranquillità mi ha pervaso in ogni dove. Purtroppo però, devo ammettere che soltanto i ristoranti giapponesi mi permettono questo agio nell’essere da sola durante il pasto. Qualsiasi altro ristorante con cucina differente, anche emiliana, di casa mia, mi fa sentire “donna sola e asettica”. Mi è venuto in mente di cercare, se esiste, una guida “alla Michelin” di tutti i ristoranti giapponesi in Italia. La mia serenità durante qualsiasi viaggio di lavoro e di piacere sarebbe assicurata.
Seduti ai tavoli dei ristoranti giapponesi c’è spesso gente sola. Io sola controllo la posta elettronica sul blackberry brandendo la mia agenda (leggi, “farsi etichettare come donna con un certo potere professionale”, anche se io non ho nessun potere ma solo capacità, tra l’altro non viste e valorizzate, ma lafrustrazione sarà un racconto a parte), una giovane donna seduta accanto a me legge alcuni appunti e ne prende altrettanti (leggi, “non ho tempo da perdere nell’alzare il “muso” dal piatto, devo creare, controllare, ho le sorti del mondo sulle spalle), un uomo altrettanto giovane siede davanti a noi e ci fissa. Ma non era l’uomo la colonna portante dell’economia mondiale? Non dovrebbe essere l’uomo a controllare e-mail anche durante il pranzo ed a scrivere idee? Capisco Michelone quando mi dice “farò io il mammo, tu avrai tutto il tempo per fare carriera”. Forse dovrei credergli.
Durante il pomeriggio, dopo che il mio capo mi aveva detto di fare una cosa urgentissima ponendola davanti a tutte le altre che avrei dovuto fare, avendo fatto questa cosa ed avendogliela portata di corsa ed avendo ricevuto in risposta “ah Alle, ora non mi serve più. Ho risolto in un altro modo. (4 secondi in cui io divento verde ed abbozzo un sorriso ironico che suggerisce l’idea “crepa, stronzo”). Comunque grazie”, mi chiama la Filo dall’interno 720. “Alle, stasera cosa fai?” ed io “Un cazzo”.
Lo so, detto da un viso dai lineamenti delicati come il mio, tale vocabolo può risultare poco appropriato, ma rendeva bene l’idea.
“Usciamo…ti prego”. “Vampyria, anzi no, Filo, andiamo al cinema”. “Eh, ma cosa andiamo a vedere?” “Aspetta che apro Trovacinema e guardo. C’èAlbakiara.” “Ah, quello su Vasco”.
Non sapevamo cosa stavamo facendo. Non solo il film non ha nulla a che vedere con Vasco Rossi se non le canzoni della colonna sonora ed un interprete, non si può chiamare attore un cane pure sfigurato come quello, che è suo figlio. Ma Stefano Salvati, il regista, andrebbe messo in manicomio. Toglietelo dalla circolazione, non fategli toccare una macchina da ripresa, non fategli creare, anche solo pensare ad altri film. E’ un pericolo per tutti noi, potenziali fruitori delle sue “cagate”. Idea buona quella di creare un film sulla nuova generazione da lui definita K (perché K? Non era X? Ah, ora è K perché i giovani scrivono K al posto del CH negli sms?), fatta di giovani drogati, sesso dipendenti, amorali, sempre in cerca di soldi (beh, questo anche io che appartengo alla generazione PFCS, Pezzenti Fieri Col Sorriso). Questo dovrebbe, potrebbe, anzi, far riflettere su un lento degenero di ciò che di puro rimaneva (i giovani) ed invece rimane (solo i bambini). Ammetto di essere rimasta allucinata da una realtà di cui si sente parlare ma non tocco più con mano (non ho nipoti, cugini, amici adolescenti), ma di cui non ho dubbi sia così oggi.
In ugual misura alllucinata da un montaggio ed una sceneggiatura che non hanno niente a che vedere con qualcosa chiamato “film”, da dialoghi ed interpretazioni al limite della candid camera in sala per vedere come reagivano gli spettatori. La protagonista Laura Gigante è “una pietà”, sicuramente non bella come quella di Michelangelo. “E’ la mia prima esperienza, mi sono calata completamente nella parte, nel personaggio che dopo le riprese ho avuto difficoltà ad abbandonare”. Eh, cheddire, non so cosa ne sarebbe uscito se non si fosse calata nemmeno nel personaggio.
Il film inizia con un racconto di Albakiara: “vuoi che ti racconti una mia serata gangster? Allora, mi era venuta una gran voglia di fumare, ma sai dove? Nella vasca da bagno. C’ero io, il Gappo e Stuca. Ad un certo punto ho sentito qualcosa di duro dietro la schiena. Eh va beh dai, è normale, completamente nudi. Poi mi sono alzata, ho cominciato a toccarmi, il Gappo mi ha messo a novanta…il Stuca me lo ha ficcato…io ero strafatta.” Primi 4 minuti del film. Esilaranti. Ma il meglio sarà la fine, quando lei muore con un proiettile in testa ed il suo assassino le grida: “è finito il tempo delle mele, puttana”.
Ecco, l’ultima frase vale gli 8 euro del biglietto. Ed io e la Filo abbiamo deciso di fare più spesso serate gangster.
La bistecca di bisonte era sottile e gustosa. Poi, si è creato un miscuglio strano ma soddisfacente al palato fra broccoli e cipolla all'aceto balsamico come contorno. Ovviamente, caffè macchiato per concludere un buon pranzo. Anzi no, il pranzo di oggi si è concluso in modo impeccabile con "le perle della Filo". La Filo mi ha offerto il pranzo perchè in libreria, ieri sera, non aveva trovato il libro giusto per me: "tu Alle sei un pò esigente". Ha comprato un libro "sulla mafia" alla Paoletta, "perchè lei si intrippa con stè cose, mafia, camorra, gialli". Pochi secondi per collegare la Paoletta ad un mio post su Lucarelli e deliziarmi di "Eh, alla Paoletta piacerebbe un sacco Lucarini". Sì, anche secondo me Filo, potrebbe interessarle.
Scopro con piacere che io e lei siamo un pò monotematiche nei nostri incontri. Quando ci si incontra si affrontano pochi argomenti alla volta, ma ci si arriva in fondo. Quindi credo sia un pregio scindere ogni volta i temi più urgenti ed interessanti di cui discutere. Oggi riflessioni doverose sulla convivenza o il matrimonio. E sul pranzo al sacco, che talvolta diviene una necessità. Stamattina ho deciso di vivere la mia giornata canticchiando "sono un eroe, perché combatto per la pensione" di Caparezza. Indecisa se andare al lavoro con un gran mal di gola e qualche linea di febbre, ho deciso di essere temeraia. O forse...cogliona.