Sunday, March 7, 2010

Una serata come da tanto non...

I residui di un solo calice di brunello di Montalcino, anche se della cantina Banfi ed anche se 12,00€ al calice "fa già male", sono, stamane, il ricordo di una mangiata d'altri tempi.

Antica Trattoria "Al Vedel", Colorno, Parma.

Quel posto di cui tra la provincia di Reggio Emilia e Parma si parla tanto, per il culatello proposto in 3 stagionature diverse e per il dover prenotare "mesi" prima per riservare un tavolo.

Bello sapere che alcune cose resistono e fanno della propria storia il punto di forza. Al Vedel esiste dal 1780, prima come spaccio di generi alimentari e posto di ristoro, poi come antica trattoria con laboratorio di salumi, tutto questo coccolato dalla stessa famiglia e dalle sue diverse generazioni. Il nome deriva dal territorio, questa piccola porzione della provincia di Parma, Le Vedole, antica terra di salumi: solo qui si produce il culatello DOP.

Una buona dose di vino rosso in circolo per assicurarmi una buona cena: "i tortel dòls" di Colorno, i preferiti da Maria Luigia, moglie di Napoleone, che si faceva preparare ogni domenica durante le sue permanenze estive alla reggia di Colorno ed un dolce paradisiaco, gelato agli amaretti con zabaione cotto.

Sorvolo sul cinghiale al Barolo per secondo perché, purtroppo, ancora stamane sta tentando in tutti i modi di mettersi in contatto con me riproponendosi in continuazione. Non so cosa mi voglia dire.

Saturday, March 6, 2010

Ich bin Kyoto


Kyoto è un'altro Giappone. E' quel Giappone ancora così fedele alle tradizioni ed al suo passato. Una delle città più ricche di templi scintoisti (viene chiamata la città "dei mille templi") e nonostante li abbia visitati tutti… il mio ricordo di Kyoto è un tavolino di Starbucks.

Sanjo Ohashi, lo Starbucks più mio in tutto il mondo. Cappuccino bollente ed una fetta di coffe cake al mattino. Un cappuccino freddo al pomeriggio.

Questo tavolino ed il rumore del fiume Kano alle mie spalle. Il contesto adatto ad essere in ottima compagnia coi miei pensieri più sereni ed un sorriso per definire il momento. Perfetto.

A mezzanotte di quel giorno di festa nazionale in Giappone, poco prima che accendessero i cinque grandi fuochi sulle colline intorno a Kyoto per celebrare la festa di Daimonji-matsuri (in Giappone festeggiano il ritorno delle anime dei defunti che tornano, per una notte, fra i propri cari vivi), io ero a faccia al cielo, elettrizzata dalle aspettative di uno spettacolo rivelatosi molto più emozionante del previsto. Ed ero, ancora una volta, inconsciamente, sul terrazzo dello Starbucks, sul fiume, senza però un cappuccino in mano.



Tuesday, February 16, 2010

In una atmosfera tesa

Mia nonna aveva una teoria molto interessante. Diceva che, benchè nasciamo con una scatola di cerini dentro di noi, non possiamo accenderli da soli, abbiamo bisogno di ossigeno e dell'aiuto di una candela. Solo che in questo caso l'ossigeno deve provenire, per esempio, dal fiato della persona amata; la candela può essere un tipo qualsiasi di cibo, di musica, di amore, di parola o di suono che faccia scattare il detonatore e accendere in tal modo uno dei fiammiferi. Per un momento ci sentiremo abbagliati da una intensa emozione. Si produrrà dentro di noi un piacevole calore che con il passare del tempo si andrà affievolendo, lentamente, finchè non sopraggiungerà una nuova esplosione a ravvivarlo. Ogni individuo deve scoprire quali sono i detonatori che lo fanno vivere, poichè è la combustione che si produce quando uno di essi si accende a nutrire di energia l'anima. In altre parole, questa combustione è il nostro nutrimento. Se non scopriamo in tempo quali sono i nostri detonatori, la scatola di cerini s'inumidisce e non potremo mai più accendere un solo fiammifero. Se questo accade, l'anima fugge dal nostro corpo, va errando nelle tenebre più profonde e cerca invano di trovare nutrimento da sola. Non sa che glielo potrebbe dare soltanto il corpo che ha lasciato inerme e pieno di freddo.
[...]
Per questo bisogna star lontani dalle persone che possiedono un fiato gelido. La loro presenza potrebbe, da sola, spegnere il fuoco più intenso, con il risultato che ormai sappiamo. Maggior distanza prendiamo da queste persone, più facile sarà proteggerci dal loro soffio.

da Dolce come il Cioccolato di Laura Esquivel

Thursday, February 11, 2010

Tvoi bein veh

Il "predicozzo" non ti appartiene, non ti è mai appartenuto. Nemmeno con me, quando ce ne sarebbe stato bisogno. Stare male nel dirmi così poche ma dure parole: non ti avevo mai sentito così.

Sentito perché ancora una volte sei costretto (o forse sarebbe successo ugualmente se fossi stata vicina) a dirmele al telefono, dopo un esordio di idiozie, di battute sull'ennesimo mio bidone dello scorso week end e del tuo dover ricorrere al metadone nel caso sabato sera, poche ore prima di cena, ti arrivi un mio messaggio con scritto "scusami, ma non ne ce la faccio a venire…".

Un tuo elogio alla mia intelligenza senza pari, che mi lusinga, ma nello stesso tempo arma a doppio taglio che permette di nascondermi così bene perfino ai miei occhi.

Ed il predicozzo stasera me l'hai fatto, per almeno 40 minuti, infreddolita sotto le miriade di coperte accatastate in questo freddo hotel in un meridione sperduto.

Perché solo tu piangi quando io sto male, ancora prima che inizi a farlo io. Perché non ti credevo così maturo ora, così sotto la superficie delle cose e della vita.

Perché non sapevo che tu sapessi guardarmi così dentro, ancora prima che inizi a farlo io alle prime avvisaglie di pericolo.

Straordinaria la vita, sul come ci abbia fatto rimanere lontani quando avremmo dovuto essere molto vicini. Sul come ci faccia essere così vicini ora che siamo lontani.

Dolce come il cioccolato

Cara Anna,
il tuo mms di stamane che ritrae lo skipper abbronzato mentre sventra un pesce appena pescato, sfondo di pieno oceano Atlantico… mentre ti immagino rilassata in barca nel bel mezzo dei Caraibi.
Il tuo "buon lavoro", ironico ma dovuto, sapendomi nel pieno di una giornata lavorativa lontana da casa e nemmeno nelle migliori zone d'Italia.
Mi sta facendo compagnia in questi giorni il ricordo delle nostre risate e dei nostri discorsi della scorsa settimana, poco prima che entrambe partissimo per obiettivi e destinazioni ben diverse. Il nostro senso della vita, ignoto, ma diverso da quello che ci hanno fatto credere che sia. Il nostro ironizzare sulle "pezze e uomini di plastica" per sminuire l'ambiente di finzione di cui facciamo parte dal lunedì al venerdì.
Siamo delle idiote?!? No, credo che tu abbia ragione nel sostenere idioti coloro che non hanno capito quanto sia importante vivere col cuore, anche facendo cose inutili. Si vive apprezzando e facendo cose inutili.
Tutto ciò che ci circonda serve per tenerci "calmi e buoni", un effetto placebo per poveri mentecatti quali ci stiamo trasformando bombardati da finti valori e finte convinzioni.
Ho letto il tuo libro durante il volo di lunedì mattina. Dolce come il cioccolato. Ancora una volta hai saputo insegnarmi ad apprezzare qualcosa di puro.
Mi scrivi che il bello della vita rimanga viaggiare per conoscere. E soprattutto per conoscersi: hai voluto partire da sola… qualcosa da conoscere ancora di te stessa ci deve essere.
Ad ogni mio movimento in solitudine mi sforzo di aprire qualcosa di me verso l'esterno. E' l'unico modo per poterlo vedere, agli occhi degli altri e finalmente ai miei.

Saturday, January 23, 2010

Happy you're gone

Venezia doveva essere una di quelle cose che credevo di dover programmare nel medio termine per essere sicura di viverla con la persona giusta e nel modo giusto.
Non serviva.
Venezia è stata una sorpresa, un'invito repentino di una collega che a Venezia ci ha vissuto e che da "friulana doc e veneta d'adozione" non accettava che alla mia età non l'avessi ancora mai vista. Perchè Venezia va vista prima di essere vissuta.
Una riunione finita prima del previsto, una città, Treviso, che distava così poco da Venezia: 30 minuti.
Un pomeriggio in cui ho visto in poche ore, di corsa, sofferente per i tacchi alti ed i sali-scendi dei piccoli ponti, una meravigliosa cartolina, uno scenario irreale, sola coi miei pensieri positivi, il mio stupore ed il sorriso. Una "cicerona" d'eccezione, piacevole, discreta, che ha fatto in modo che Venezia non fosse nei miei ricordi "in compagnia di ..." ma "grazie a ...": al mio "sentirti a casa ovunque".
Voglio tornare, senza programmare, senza pensare a quando. Voglio tornare ancora sola, senza romanticherie da "copione". Ultimamente mi sto innamorando di me stessa, condividere solo con me cose che non ho mai fatto e visto mi sta facendo "perdere la testa".

Saturday, January 9, 2010

Sempre più in alto...

...in ogni senso. Mi faccio un'augurio speciale per questo nuovo anno: di sentirmi così "farfalla" come questi primi giorni del 2010.
Non solo l'effetto dell'alta montagna, mio secondo habitat naturale dopo l'aperta campagna. Ma l'effetto di una matura consapevolezza, che pian piano cresce, di ciò di cui si ha bisogno e si vuole.
Una piccola vacanza sulla neve per dimenticarsi da dove si viene e per ricordarsi soltanto come ci si diverte veramente.
Ore ed ore di arrampicate sulla neve, sudare nonostante i -18 gradi, per detossinarsi da un anno non facile ma ricco di sorprese.
E ripartire.... Più energica dell'inizio dell'anno precedente, perchè rimane importante migliorarsi.
Un augurio speciale ai miei più cari amici, alcuni di questi in difficoltà proprio perchè non è facile potersi sentire "farfalle". Alla mia più cara Amica mai avuta, Filo: ci sarà SOLO da rimettersi in pista ancora una volta, ma NON SOLA.

Wednesday, December 30, 2009

L'uomo Donna

Siamo così convinte di dover fare dell'Uomo come essere maschile un solo fascio?!? Vivere accanto ad un essere maschile dalla tua stessa sensibilità, se non superiore, a volte, ti rende più fiduciosa nel prossimo. Anche nel prossimo che hai proprio accanto.
Ed invece di ricevere sms di buongiorno sdolcinato come tutti i corteggiatori sono soliti fare, io ricevo sms di primo mattino come questo: leggi l'articolo su Repubblica (...), sono disgustato ed indignato!
E tu Donna che non puoi fare a meno di essere colta, informata e soprattutto sensibile quanto lui corri a leggere l'articolo per poterlo commentare con lui.
Ed invece rimani alquanto disgustata e senza parole.

CARO direttore, è domenica 27 dicembre. Eurostar Bari-Roma. Intorno a me famiglie soddisfatte e stanche dopo i festeggiamenti natalizi, studenti di ritorno alle proprie università, lavoratori un po' tristi di dover abbandonare le proprie città per riprendere il lavoro al nord. Insieme a loro un ragazzo senza braccia.

Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent'anni.

Si parte. Poco prima della stazione di (...) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: "No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap". Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l'umiliazione ripete "Handicap, handicap".

I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato.

La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no.
Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po' più di compassione.

Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c'entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia "deposizione", il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. "Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?" chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: "C'è l'assistenza". "Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service" ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l'andata l'Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. "E lo sa perché?" ho concluso. "Perché quelle persone le braccia ce l'avevano...".

Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l'evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap.

La risposta del capotreno è pronta: "Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!". E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (...). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell'espressione del viso o nell'incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: "Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare". Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, però senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante.

Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l'impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno.

Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. "Perché mi hai offesa". "Ti ho forse detto parolacce? Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?" le domando sempre più incredulo. Risposta: "Mi hai detto che sono maleducata". Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno.

Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (...). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare.

da La Repubblica, QUEL RAGAZZO SENZA BRACCIA SUL TRENO DELL'INDIFFERENZA di Shulim Vogelmann

Thursday, December 24, 2009

Cose sporche

"Dimmi cose sporche", era la richiesta che odiavo più di tutte. La prima volta fu davvero difficile farlo. Avevo la mente completamente vuota e, se me lo chiedevano nel bel mezzo di un rapporto sessuale, questa richiesta mi distruggeva la concentrazione. Mi congelavo e il cuore mi sprofondava nelle viscere. Semplicemente, non sapevo che cosa dire. Cosa diavolo dite voi? Scoprii che guardare dei film porno un po' mi aiutava a prepararmi a situazioni come questa, ma mi ci vollero mesi di lavoro nel bordello per arrivare a sentirmi a mio agio e non in preda a una risatina isterica quando dicevo: "Forza, dai ragazzo, scopami più forte! Più veloce!", e tutte le altre battute idiote che possono venire in mente. Mi aiutava ripetere frasi di questo tipo di continuo ad alta voce, forte e chiaro, alcune volte persino davanti allo specchio. Ben presto smisi di sentirmi imbarazzata ma impiegai molto più tempo a far mia questa cosa rispetto a ogni altra tecnica imparata in quel periodo.

Al pari del parlare sporco c'era anche la solita vecchia domanda: "Qual è la cosa più perversa che tu abbia mai fatto?"

Adesso, cos'è che una persona normale può definire perverso? Questa domanda mi lasciava sempre interdetta. non voglio sembrare blasé ma, quando hai fatto così tante cose bizzarre e meravigliose, qual è la definizione di perverso? Nel mio mondo, dopo un po' anche le oscenità più macroscopiche finiscono per diventare routine!

Ditemi. Essere ammanettata alla sbarra di una barca è più perverso che colpire un avvocato con una bacchetta? Magari con lui vestito con biancheria rosa tutta pizzi e merletti? Uno spettacolino lesbo è più perverso che sodomizzare un uomo con un pene finto? E cosa ne pensate di vestirsi di lattice dalla testa ai piedi? O di un'orgia? La lista è infinita: allora qual è la cosa più perversa che io abbia mai fatto?


Parrocchiane, gentil sesso facilmente impressionabile e perbeniste (anche se solo d'apparenza), astenersi dalla lettura di FUCKING GIRL, di Miss S..

Ammetto di averlo letto tutto d'un fiato e di aver fantasticato parecchio sulle scene narrate, durante i miei sogni notturni (e anche diurni).