Tuesday, August 4, 2009

Dove

Martedì 21 luglio ero a Milano per l’apertura autunno\inverno 2009 del nostro (si, mi immedesimo nel corporate aziendale perfettamente) punto vendita in Corso Vittorio Emanuele. Nel frattempo ricevevo aggiornamenti sulla Vogue Fashion's Night Out del 10 settembre: Milano, Parigi, New York, Tokyo si trasformeranno all’unisono in città da notti bianche. Negozi aperti con gifts speciali, creati per l’occasione, limited editions per festeggiare i 50 anni di Vogue nel mondo. Fashion addicted di tutto il mondo unitevi: ciò che ogni griffe avrà creato per quella serata sarà venduto solo quella notte e mai più.

Martedì 28 luglio ero a Catania per la stessa apertura nel punto vendita di Siracusa – Ortigia. In Sicilia, al tavolo di una cena informale, i discorsi sono altri, per fortuna. Intossicata da pessimi discorsi gonfiati e pessimo cibo in 3 giorni a Milano, volare alle pendici dell’Etna è quasi una liberazione.

È fisiologico, ormai, per me, acquistare 1 chilo in pochi giorni qui: involtini di pesce spada per cena, granita alla mandorla macchiata al caffè dopo pranzo, gelato pistacchio e noce per spuntino a metà pomeriggio, cannolo siciliano per spuntino a metà mattina. Come se fosse un nuovo regime alimentare. Col risultato di zip difficili da chiudere e giorni di purificazione obbligatori al rientro.

A tavola si parla di tutto in Sicilia tranne che di fuffa. Juanito, siciliano d.o.c. (non so però quanto sia controllata la sua origine in quanto dice di essere nato in Olanda da madre olandese e padre siciliano), ha rievocato, per noi commensali del nord, tutti e tre gli atti de Il Padrino, descrivendo per ogni scena clou il luogo in cui furono girate in Sicilia.

Narra che ne Il Padrino – atto I, un giovane Al Pacino si aggiri all’interno di un bar, luogo di incontro con altri scagnozzi per parlare d’affari. La scenografia: nulla di più reale. Era il bar Vitelli, ancora oggi in piena attività a Savoca. Chiunque passi nelle vicinanze di Savoca si ferma per consumare un caffè nel medesimo luogo dove fu girata quella scena, che gli anziani proprietari han voluto mantenere esattamente come nel film (locale alquanto rustico e spartano, ma, dicono, di un certo impatto). Purtroppo, questa volta, non dovevo (potevo) passare nelle vicinanze di Savoca.

Lunedì 1 agosto, casa mia. Dove vado in vacanza? Quest’anno STO. Nessun ulteriore stress da partenza. Quest’anno faccio la trendy anche nel privato, seguo la tendenza dell’estate 2009: staycation.

I libri che non ho ancora letto, qualche dvd, qualche film perso durante l’inverno e la primavera visto sotto le stelle in qualche arena estiva in città, niente sveglia, niente programmi se non quello che desidero fare al risveglio. Qualche fuga con chi si ama al mare o in montagna. Il dolcefarniente. Anzi, come scrive una mia cara collega in un sms vacanziero “Alle, ho ridotto la mia vita alle funzioni vitali: mangio, dormo, trombo”. Liberare pian piano la testa da tutto ciò che ci facciamo appartenere per lavoro, per dovere, per circostanze diverse. Ma che forse realmente non ci appartiene. Spogliarsi da ogni abito e maschera che non sia il nostro sorriso ed i nostri occhi gonfi, ma non per poco dormire o per troppe ore davanti allo schermo del pc, ma per troppe ore di sonno. Crearsi un po’ di vuoto mentale per riempirlo di ossigeno.

Quindi, ai più che già da fine maggio non fanno altro che chiedermi “e le ferie? Dove vai di bello?” Risposta: “DI BELLO STO A CASA MIA, vado via tutto il resto dell’anno”.

Monday, August 3, 2009

Battle for the sun

Rimasi stupita, mesi fa, davanti ad un’intervista al cantante dei Placebo, in cui affermava l’importanza, per un boy band, di essere sempre più stylish ed avere un taglio di capelli più trendy dei propri fans. Il primo mio più intimo commento fu “che sfigato”, ma poco tempo dopo mi dovetti ricredere.

“Fan per caso” è l’etichetta che decidi di appiopparti quando accompagni qualcuno ad un concerto nel quale verranno suonate e cantate quasi 30 canzoni di cui non ne conosci nemmeno un decimo. Quando decidi “si, non son male questi qui” e vai, sperando di non annoiarti troppo e non venire punta da troppe zanzare.

Il 18 luglio, ad inizio concerto, poco prima delle 21.30, a Villafranca di Verona ero una fan per caso dei Placebo. Alla fine del concerto ero una fan dei Placebo.

Il castello Scaligero che ha fatto da “contenitore” e da scenografia mi avrà condizionato? Forse, ma dover ammettere di aver provato un’irrefrenabile voglia di correre in mezzo “al pogo” già dopo la seconda canzone, che non conoscevo, di aver ballato come una matta qualsiasi cosa suonassero del nuovo album nonostante non ne conoscessi ancora mezza e di aver cantato a squarciagola quelle poche canzoni storiche che conoscevo, mi fanno una fan a tutti gli effetti. Di un gruppo di gay. Che veste più trendy di me.

Le cose belle sono lente

Durante i giorni più caldi ed afosi di questa strana estate, a metà luglio, ero a Firenze. Non per piacere, anche se per certi versi la piccola tappa si è rivelata tale. La schiacciata ripiena di verdure grigliate, l’atmosfera del primo mattino tra le strade del centro, il parcheggio che si trova quasi subito, “ecchettu vvuoi ancora?!?” urlato fra lo scherzo ed il nervosismo dai finestrini delle auto davanti che subiscono i continui clacson delle macchine in coda.

Firenze Certosa sembra un dipinto di Giotto dell’epoca gotica. Ovunque guardiate vi sentirete il personaggio di primo piano sulla destra, vestito da una semplice tunica color panna, de “La rinuncia dei beni” della Cappella Bardi di Santa Croce a Firenze. Piccoli, nervosi ed agitati causa il traffico perenne, ma stupiti di ogni cosa guardiate intorno a voi.

Accomodata sul lettone di una stanza del Relais Certosa, giovedì sera, una semplice ed inaspettata sorpresa.

Mi soffermo quasi subito durante un frenetico zapping. “Pane e tulipani”. Avevo iniziato a vedere questo film in dvd mesi prima, non riuscendo mai a trovare il tempo (e la voglia) di andare oltre la scena in cui l’anziano signore veneziano che ospita Rosalba, la signora di Pescara “fuggita” dalla routine della sua quotidianità, le dice: “la vita è un diritto invalicabile, mai nessuno potrà obbligarci nelle scelte”. Ed io adoro le coincidenze, soprattutto quelle spietate nella loro chiarezza. Trovare il film esattamente nel punto in cui ero rimasta in sospeso, poco prima di sentire una delle frasi più belle di tutto il film.

Ferdinando, il cameriere di Venezia, si innamorerà di Rosalba. Rosalba conoscerà a Venezia la sua prima e vera amica. E tutto questo ed altro ancora insegnerà a Rosalba che “le cose belle sono lente”. Tarde a venire.

Wednesday, July 8, 2009

Dove si parla di ciò a cui i più non pensano

Mi domando se sia realmente possibile capire perfettamente un'altra persona.
Anche quando ci sforziamo di conoscere qualcuno mettendoci tutto il tempo e la buona volontà possibili, in che misura possiamo cogliere la sua vera natura? Sappiamo ciò che è veramente essenziale riguardo a quell'altro che siamo convinti di comprendere tanto bene? Era stato circa una settimana dopo aver dato le dimissioni dallo studio legale, che per la prima volta in vita mia mi ero posto sul serio queste domande; fino ad allora non avevo mai preso veramente a cuore tali problemi. Chissà come mai. Forse ero già troppo impegnato nel faticoso compito di dare stabilità alla mia esistenza. Ero troppo occupato a pensare agli affari miei.
[...]
Quella notte, sdraiato di fianco a Kumiko nella camera da letto a luce spenta, guardavo il soffitto e mi chiedevo che cosa in realtà sapessi di quella donna. L'orologio segnava le due del mattino. Lei dormiva profondamente. Io nell'oscurità pensavo ai fazzoletti di carta celesti, alla carta igienica a disegni, alla carne cucinata coi peperoni. Per tutto quel tempo l'idea che lei non li potesse sopportare non mi aveva mai sfiorato. Il fatto in sè era un dettaglio senza importanza, una sciocchezza da liquidare con una risata. Non era un problema per il quale fare tanto baccano, nel giro di qualche giorno avremmo dimenticato quella stupida lite.
Eppure a me quella faccenda non andava giù. Mi faceva sentire a disagio, come una spina di pesce che si è fermata in gola. Perchè poteva anche trattarsi di qualcosa di essenziale. Anzi, sicuramente lo era. Poteva darsi cioè che quello fosse solo il segnale di un problema molto più importante, vitale. Magari mi trovavo sulla sogliadi un mondo esclusivo di Kumiko, a me sconosciuto, che si dilatava al di là. Me l'immaginai come una vastissima stanza buia, dentro alla quale io mi trovavo con un piccolo accendino in mano. Ma alla fiamma dell'accendino se ne poteva vedere solo un angolo.
Chissà se un giorno sarei stato in grado di conoscerla tutta, quella stanza. Oppure sarei invecchiato senza esplorarla fino in fondo, e poi sarei morto. In tal caso, che senso poteva mai avere quella vita matrimoniale? Che senso poteva quindi avere la mia vita, poichè vivevo e dormivo nello stesso letto con una persona che non conoscevo?

Da "L'uccello che girava le viti del mondo", Murakami Haruki

Friday, July 3, 2009

Paccasassi

Il Monte Conero nasconde numerosi tesori. Portonovo è uno di questi.
Morena, anconetana d’origine, vuole farmi vedere la parte più delicata e poetica della sua città. La spiaggia di Portonovo. Scendiamo in spiaggia per cena, al momento del tramonto. Proprio durante “mosciolandia”, quando la spiaggia è invasa da tavolate ed avventori di piatti a base di cozze cucinate appena pescate (i moscioli ad Ancona sono le cozze).
Ceniamo da “Il moro” ed il mio pregiudizio verso le ostriche svanisce: devo averle mangiate non proprio fresche in passato. Assaggio un’insalata di crostacei ed erbette, dal sapore un po’ forte ed amarognolo. Morena sorride e mi confessa “sono i paccasassi”, erbette che crescono soltanto sul Monte Conero, che dovrebbero essere protette in quanto non estirpabili. Ma troppo saporite e buone. Vengono cucinate col pesce più dolce, di norma i crostacei, per il contrasto che si crea tra dolce ed amaro.
Morena ha portato con sé il costume, un bagno a tarda serata potrebbe essere una buona idea, mi dice. Peccato io NO e non abbia ancora la giusta dose di follia per poterlo fare senza.

Thursday, July 2, 2009

Aòh

Mi raccontavano che fino a pochi anni fa le zone dell’entroterra marchigiano fossero molto ricche. Ricche di medie-grandi aziende che davano lavoro a centinaia, migliaia, di persone originarie del luogo e non solo. Poi arrivò la tanto famigerata “crisi economica”, la diminuzione del lavoro, la cassa integrazione, la diminuzione della moneta circolante: si compra sempre meno. Presente e futuro a breve termine comune ormai a tutta Italia.
Mi raccontavano che l’Umbria sarebbe stata, invece, terra di concretezza e poche parole, almeno poche lamentele. Sponsorizzata a fini turistici, da sempre, come “polmone verde d’Italia”, dovrebbe essere decantata come “regione dello spirito”. Spirito è ciò che ogni cosa, qui, ha e che ogni persona di questa regione mette nelle cose che fa. Spirito che diviene forza, cortesia, disponibilità, sincerità e pragmatismo.
Ricorderò Bastia Umbra perché sorprendente paese a pochi chilometri da Perugia che mi ha riservato una splendida sorpresa. “Forme”, negozio di scarpe in via Roma, adocchiato subito al mio arrivo da lontano. La vetrina parlava di me e di quante scarpe avrei potuto avere, avrei voluto provare. Risultato: un paio di sandali con plateau di pelle viola marchiati
Pura Lòpez.
Seguendo la statale che porta ad Assisi, a S. Maria degli Angeli “Da Elide” (via Patrono d’Italia, 48) ho tratto la stessa soddisfazione per il mio palato quanto da Forme per la mia “mania” delle scarpe.
Quanto è bella Narni! Entrare in paese sotto uno stretto arco romano a senso di marcia alternato prelude un’immersione nella storia, quasi una propria dimensione remota dispersa fra colline sempre più verdi. La vicinanza al confine col Lazio si sente, dalle parole della gente e dai loro modi accomodanti ma quasi sgraziati. “Scusi, questa bistecca è un po’ troppo cotta, l’avevo chiesta al sangue” “Aaahò, eh, sarà scappata la cottura, è talmente sottile staaaà fettinaaa”. Pranzare poco fuori Narni, verso Testàccio, sarà proprio come pranzare nei dintorni di Roma.
Il viaggio di ritorno verso Ancona è stato troppo veloce. Scorgere Spoleto alla mia sinistra all’improvviso è stata un’ingiustizia. Vederla così bella, lucente e non potermi fermare un attimo per viverla da dentro, anche solo per un caffè seduta in un baretto del centro, il mio rimpianto. “C’è solo da tornà”.

Wednesday, July 1, 2009

I girasoli ed i lampi di follia

Quando vivo giornate con vento a favore diventano le giornate migliori della mia vita. Non ho ancora vissuto la giornata più bella della mia vita perché ne ho avute tante. Vorrei averne moltissime. Me le ricordo tutte, quasi. Sono, spesso, costellate da frangenti semplici, sia da vivere sia da mettere in atto.
Amo luglio, forse perché ci sono nata, come amo il venerdì, perché il 30 luglio del 1982 era un caldissimo venerdì di fine luglio. Potrei azzardare un’ennesima spiegazione: adoro il primo mattino, l’alba: sono nata alle 7.00 precise di un caldo venerdì mattina di pieno sole. Credo che questa sia, però, meno plausibile.
Il “mio” luglio 2009 me lo sento già dentro: intenso e folle. Impegnativo ma birichino.
Ore ed ore di diplomazia e dialettica: questo lavoro l’ho pur scelto. E mi piace. Dà quella sottile soddisfazione che mi rende elettrica: non ci si “adagia sugli allori” perché piace l’idea di ottenere sempre “meglio”, imparando pian piano come ottenerlo.
Guidare sull’A14 verso Ancona è diventata una pausa di relax per me, da quando le colline verdi si sono trasformate in colline gialle e viola. Dopo aver superato l’uscita di Senigallia, l’autostrada è un serpente che si dimena fra campi accecanti di girasoli ed intere colture di lavanda. Peccato che sia sempre sola e debba guidare. Mi piacerebbe “appendermi” al finestrino dell’auto e contare tutti quei meravigliosi rustici, vederne sempre di più belli e dispersi sulle cime delle innumerevoli colline che pian piano spuntano ai lati della strada.
1 luglio 2009, mattina: mi convinco di preferire i campi di girasole ai campi verdi o di grano.
1 luglio 2009, pomeriggio: fuggire dal DOVE DOVEVI ESSERE per andare nel DOVE VORRESTI ESSERE non ha prezzo, anche senza Mastercard. Andare in spiaggia all’ultimo minuto per alcune ore di sole ed un bagnetto di fianco “alla Rotonda sul Mare” vale bene il rischio di una telefonata di lavoro, con possibile sottofondo di onde e grida dalla mia parte, mentre il tuo unico pensiero è “mi metto a pancia in su altrimenti mi scotto la schiena”.

Thursday, June 25, 2009

A pain that I'm not used to


Era il 1990. Era l’album Violator. Era il singolo Enjoy the silence. Mtv, martedì pomeriggio al ritorno da scuola. Era il video più bello che avessi mai visto. Era un’anteprima di ciò che sarebbe stata la mia vita: di buon passo, con sdraio al seguito per potermi fermare e sedere a piacimento, dove e quando ne sarebbe valsa la pena.
L’immersione della mia quotidianità e del mio sentire nei loro testi.
Era giovedì sera, 18 giugno, Milano. Il primo concerto dei Depeche Mode a cui riesco ad essere. Non sono stata ferma, non sono riuscita a non cantare nonostante l’ugola non proprio d’oro. Ma andava vissuto così.
25 novembre 2009, il prossimo loro concerto che non mi perderò.

Sunday, June 21, 2009

Dove andare

Wonder Boy è un film uscito nel 2000 che parla delle scelte. Quindi, che parla della vita. La vita vissuta è quella piena di scelte, quella che non si lascia scorrere e si guarda evolvere da lontano, ma quella in cui si decide di essere protagonisti.
Michael Douglas è un uomo confuso, docente di letteratura e scrittore, che scrive perché non riesce a fermarsi. Scrive di ortodonzia equina, in un libro che dovrebbe essere un romanzo e narrare di tutt’altro, perché non riesce a fare delle scelte: non riesce a scegliere che cosa sia importante da raccontare. I suoi racconti come la sua vita.

Nessuno insegna niente ad uno scrittore. Tu gli dici quello che sai. Gli dici di trovare una sua voce e di restargli fedele. Dici a chi ce l’ha di tenere duro ed a chi non ce l’ha di tenere duro lo stesso, perché è l’unico modo di arrivare dove vogliono. Naturalmente è meglio se qualcuno sa dove vuole andare.
Quanto a me, ho perso tutto quanto: mia moglie, il mio libro, il mio lavoro. Tutto ciò che ritenevo importante. Ma finalmente sapevo dove volevo andare. Ed ora avevo qualcuno che mi dava una mano ad arrivarci.

A misura di tacco: Treviso

Da quando “Radio” lavora per noi ogni centimetro quadrato veneto e friulano non ha più segreti. Da poco più di due mesi, ogni mia visita nelle sue terre di origine è un’immersione nella storia e nella tradizione triveneta, come se mi trascinasse dentro ad un documentario della famiglia Angela e me lo facesse condurre a fianco di Piero o Alberto.
“Radio” è il nomignolo datole da una mia collega, perché Ele parla veramente tanto e di qualsiasi cosa. La curiosità è la molla della sua sete di conoscenza. I suoi studi universitari in Conservazione dei beni culturali l’opportunità in più per conoscere qualsiasi aspetto storico dell’Italia.
Quel giorno indossava delle ballerine in gomma blu di Marc Jacobs, “finchè non ci sono clienti sto comoda”, sotto un paio di jeans chiari, valorizzati da un foulard Hermes utilizzato sotto i passanti come cintura.
Avevamo un appuntamento nel primo pomeriggio a Conegliano: a pranzo voleva farmi assaggiare la cucina del bar Manin, in pieno centro a Treviso, città in cui si è trasferita, da Pordenone, prima per lavoro, poi si è convinta per amore. All’arrivo in città, estrasse dalla sua auto un paio di decollète beige di Chloè: “con i clienti metto il tacco, per essere un po’ più formale”. Motiva sempre ogni sua scelta ed azione. Non per giustificarsi, ma per sottolineare, a sé in primis, che dietro ogni gesto c’è una logica.
Capii perché calzasse sempre scarpe dal tacco largo, robusto, mai a stiletto. Perché il centro di Treviso non conosce asfalto ma solo sampietrino, ovunque.
Capii perché si trasferii e scelse questa città: delicata, dai colori pastello e poetica. Ogni scorcio è un verso, tanti versi insieme che compongo una città che è una poesia.
Capii perché volle portarmi in quel bar, di proprietà dell’amore che l’aveva convinta a rimanere e della sua famiglia. Perché appena entrate ci fecero sentire come parte della famiglia, io compresa che ero solo una collega, mai vista prima e, forse, che mai vedranno ancora.
Mi fece camminare al suo fianco sotto l’afa crescente del primo pomeriggio, guardando i miei sandali e complimentandosi per aver avuto il sesto senso, quel mattino, di indossare scarpe dal tacco largo, altrimenti mi sarebbe stato impossibile camminare nelle viuzze del centro storico.
Mi raccontò che Treviso fu bombardata pesantemente durante la seconda guerra mondiale, andando in larga parte distrutta, e che il bombardamento del 7 aprile 1944 altro non fu che un errore degli americani, che vedendo una città ricca di corsi d’acqua come Treviso pensò fosse Venezia, il loro obiettivo. Ferme in Piazza Indipendenza mi indicava con una mano l’entità del restauro di Palazzo dei Trecento, che fu ricostruito lasciando i segni di ciò che era andato distrutto.
Mi accompagnò nel quartiere delle Pescherie: qui ogni mattina all’alba si tiene il mercato del pesce appena pescato.
I canali d’acqua sono la fonte del “rumore” del centro città: lo scrosciare continuo è l’unico suono che a lungo andare potrebbe innervosire. Unico, perché i tacchi “giusti” sul pietrino non fanno tic tac, non emettono quel rumore fastidioso che produce l’asfalto.