Monday, April 27, 2009

Zoolander e la Giovanna


Se lavorassi in una gelateria vivrei delle vite delle persone che entrano, che ordinano. Le vedrei entrare da sole per un cono veloce, per un chilo da condividere con altri durante una serata, per omaggiarli a sorpresa. Le vedrei entrare in compagnia per condividere un peccato goloso, magari per accompagnare una passeggiata, una chiacchierata. E cercherei di immaginarmi il loro carattere, il loro stile di vita, il loro umore dai gusti che scelgono. Io adoro la nocciola, da sempre. Poi per non lasciarla sola decisi di farle compagnia col pistacchio. Non so se la nocciola ed il pistacchio potrebbero dire qualcosa di me. Pistacchio, origini sicule e carattere solare, passionale in ogni dove. Nocciola, un po’ scoiattolo nella vita, sfuggo e sgambetto velocemente in ogni dove.
Abitudinaria quando trovo il “nido” giusto. La combinazione vincente dall’arrivo della primavera è gelateria K2 e videonoleggio a fianco. Prima scelgo il film, poi mi “scorto” del sostentamento durante.
La ragazzina brunetta della gelateria sta imparando a conoscermi. Mi vede entrare di sfuggita qualche sera infrasettimanale, vestita da “ispettore Gadget” all’uscita dal lavoro, isterica e con occhi spiritati. “Mi fai una crepes alla nocciola e pistacchio?” Non si attenta a dirmi una parola di troppo. Devo farle proprio una brutta impressione, o forse, un po’ di compassione.
Mi vede entrare da sola durante il week end, quando ordino “mezzo chilo di nocciola e pistacchio” e le chiedo due crepes vuote a parte. Lei pensa che mi si prospetti una serata intima, con un uomo interessante o con una cara amica. In realtà spesso riesco a fagocitare il mezzo chilo da sola davanti al film, al netto di un po’ di nocciola dentro la crepes per Shary, il primo cane, ed al netto di un po’ di pistacchio dentro la crepes per Lupobilly, il secondo cane (ordine ad honorem per anzianità). Lei si lascia andare, mi sorride e, nel salutarmi, mi dice “buona serata, ciao”.
Mi vede entrare con amici vocianti, e non a basso tono, che si distribuiscono in gelateria in questo modo: le due fanciulle alle vetrine delle torte e dessert, commentanti i dolcetti al gelato a forma di animale; l’unico uomo che scruta la lista dei gusti e mi urla davanti a Lei “mancano dei gusti basilari in questa gelateria, sto dubitando della sua qualità”. Lei comincia un po’ a spazientirsi, non capisce quanti gusti sceglieremo. Avevamo deciso di scegliere 2 gusti preferiti a testa. Io incalzo con pistacchio e nocciola “il pistacchio è finito”, io recupero con nocciola e bacio. La Vero, che ancor prima di entrare voleva solo “un po’ di fragola” sceglie “profitterol”. La Filo “ biscotto, ciocco menta…potremmo prendere, eh, anche una vaschetta di panna montata….” Geco conclude con “prendiamo la Giovanna ed il Mars”.
“Mi dai anche 4 crepes vuote, grazie mille”. Lei mi sorride, vede che cerco “emmonete” e mi fa lo sconto di 10 centesimi, che in tempo di crisi ho apprezzato assai. Si lascia andare e ci saluta con “buona serata ragazzi, grazie”. Avrà pensato che finalmente una serata in compagnia mi abbia fatto ritrovare il sorriso e reso meno nervosa del solito.
La ragazza brunetta della gelateria K2 ha un enorme vantaggio su di me: mi vede esteriormente in diverse circostanze più spesso di quanto io mi veda interiormente. I suoi sorridi e i diversi commiati potrebbero essere diventati le chiavi di lettura inconsce di come mi percepisce ogni volta che entro ed ordino.
Prima di riuscire a decidere i gusti del gelato con difficoltà, con altrettanta siamo riusciti a decidere il film da noleggiare. Comico. Zoolander. “Questo film è simpatico, ma è una gran cagata” sono costretta a commentare durante i titoli di coda.
Ma come ripeteva la Filo durante il pomeriggio, mentre eravamo seduti in mezzo ad un prato al Museo Cervi durante la festa del 25 aprile organizzata dal circolo Fuori Orario, “non è importante dove sei ma con chi sei”. E cosa mangi con loro, aggiungo io. Gnocco fritto con salume alle 6 del pomeriggio ed un chilo di gelato alle 9 di sera valgono bene una nottata sul water, questa però non in “buona” compagnia.

Thursday, April 23, 2009

Silenzio

Noto con poco stupore che c’è sempre più bisogno di stordirsi, di distrarsi, di non sentirsi.

Sarà che la mia amica Filo è esigente con me, pretende che io “ascolti me stessa”, che mi fermi, che mi rilassi e che provi a capire cosa mi passi per la testa in quel momento.

Sarà che soffro di emicranie, che il rumore gratuito mi infastidisce.

Aperitivo al buio: sapevo solo con chi ma non dove. In verità mi interesso al luogo solamente quando il suo splendore deve supplire alla noia del chi. E, generalmente, non frequento persone noiose.

Decido di abbandonarmi sul sedile posteriore dell’auto “appena lavata” della Fefè e, sotto ripetute indicazioni della Bobby al suo fianco, mi lascio trascinare in questo lounge bar di periferia. La Fefè, che a Milano ci ha vissuto 5 anni pur di potersi realizzare come pr, sgrana gli occhi nel vedersi, ancora una volta, in una realtà di stampo milanese, ormai odiata.

Tavolini e sedie dal design conteporaneo, rigorosamente bianchi, alternati da piante gigantesche in altrettanti vasi bianchi, sotto tendoni di plastica, a loro volta bianchi. Ambient da “Milano che lavora”, da “Milano Marittima che se la gode”. Peccato fossimo su una statale di Reggio Emilia in piena zona industriale. Musica house e dance un po’ troppo alta, per un aperitivo post giornata di lavoro. Pochi ma chiari obiettivi: spendere massimo 5 euro, facendoci rientrare un pasto-cena, e non lasciar trascorrere nemmeno un minuto di silenzio tra noi, cercando di concentrare, a turno, tutte le nostre novità.

Primo obiettivo non raggiunto: 5,00 euro iniziali, cocktail analcolico al kiwi e “capatina” (doppia) al tavolo delle pietanze (roastbeef e verdure alla griglia…, qualche pezzetto di erbazzone….), in aggiunta ad altri 5,00 euro, poiché l’arrivo della Mony ci ha imposto il secondo brindisi.

Secondo obiettivo raggiunto, ma a fatica: dialogare fra 4 persone per 2 ore sotto sforzo, musica molto alta nelle orecchie e non delle più leggere, non è rilassante ma tedioso.

Perché sforzarsi di produrre luoghi il più rumorosi possibile? Per coprire il vocìo? Ma le persone vanno nei locali per ritrovarsi, per comunicare, è normale che parlino e che le parole producano suoni.

Perché riprodurre gli stessi ambienti asettici dei locali “da fighetti”? Io adoro il colore ed il morbido. Perché propinate solo bianco e nero, legno e plastica?

Perché incentivare così tanto l’uso dell’alcol, con pagine e pagine di cocktail alcolici nel menù e solo due voci sotto la dicitura “cocktail analcolici”?

Che cosa è questa storia del drink fi.GA? Bevanda energetica ai fiori di guaranà. Questi sono i casi in cui mi vergogno di lavorare nel marketing: come creare un tormentone-passaparola per “creare” interesse e conoscenza di un prodotto.

Tutto queste considerazioni rabbiose per non essere riuscita a rilassarmi con delle care amiche in una serata di primavera infrasettimanale. Che volevo fosse in silenzio. Con solo le nostre voci. Ed economica. Solo un succo d’ananas ed un tramezzino. Che non si possono più avere a meno di 5 euro.

Sunday, April 19, 2009

Nuovo cinema Paradiso

Da patita del “cinema d’essai” faceva un po’ “fedina penale sporca” non avere ancora visto un film di tale calibro alla mia veneranda età. Sono corsa ai ripari parecchi mesi fa.
Uno dei “figli” meglio riusciti di Giuseppe Tornatore.
In una Sicilia del dopo secondo conflitto mondiale, Salvatore, fin da piccolo, si appassiona ad un mestiere particolare: il cinematografo. In realtà è ad Alfredo, il cinematografo del paese, a cui si appassionerà il piccolo protagonista che farà di tutto per diventare suo amico, nonostante la differenza di età: “Alfredo, ora che sono più grande e vado alla quinta, non dico che posso incominciare a venire in cabina, ma magari, perché non diventiamo amici?” “Io scelgo i miei amici per il loro aspetto ed i miei nemici per la loro intelligenza. Tu sei troppo furbo per essere amico mio. E poi io lo dico sempre ai miei figli, mi raccomando, state attenti a trovare gli amici giusti.” “Come se tu figli non ne hai?” “Eh, quando avrò figli glielo dirò”.
Uno scorcio di una Sicilia che vuole rinascere ma che non riesce a rialzarsi. Di siciliani che di rialzarsi fanno il loro obiettivo ed emigrano da una terra considerata maledetta.
A distanza di anni, molti, e di realtà (non si tratta di un film), ciò che i siciliani dicono ancora della loro terra è “maledetta”.
Durante un mio viaggio di poche settimane fa fra Catania e Siracusa, di racconti e di commenti sull’essere oggi siciliani ne ho sentiti molti. Orgogliosi ma delusi allo stesso tempo da una terra che promette tanto ma non riesce a dare, quasi sconfitti da loro stessi, dalle loro origini.
È stata la terza volta in terre sicule. Ogni viaggio a distanza di anni ed ogni volta una sensibilità sempre più marcata verso tutto ciò che mi potesse riportare a quelle che sono anche le mie origini. Madre siciliana assicura seno abbondante, bocca carnosa, sembianze da mora che fa girare la testa. Destino a voluto che prendessi tutto da mio padre.
Sorvolare l’Etna è stato emozionante quanto sorvolare il Fujisan in Giappone l’anno scorso. Ma la vita che sprigiona il primo vulcano, la vita che genera alle sue pendici, non ha eguali, né storici né geografici. Catania è stata distrutta ben sette volte dall’eruzione dell’Etna. Ed è stata ricostruita esattamente dov’era in origine. Le spiagge di ciottoli di pietra lavica sulla costa orientale da Taormina a Catania, i faraglioni sulla spiaggia di Acitrezza, divenuti Riserva Naturale delle Isole dei Ciclopi, sono alcuni esempi di ciò che ha creato nel tempo la natura vulcanica di quest’isola. Un collega siciliano mi ha trasmesso, semplicemente raccontandomelo, l’emozione che si ha, d’inverno, nello sciare sull’Etna e nel vedere il mare mentre si scende a tutta velocità. Credo anch’io, ma Marcello non sapeva assicurarmelo, che l’Etna sia l’unico vulcano attivo al mondo in cui sia possibile sciare e vedere il mare contemporaneamente. Pochissimi siciliani sciano, nonostante ne abbiano la possibilità. I siciliani vivono di mare e sole; d’inverno “vanno in letargo”, dalla primavera all’autunno vivono all’ennesima potenza, sprigionando se stessi nella loro solarità e positività.
Catania è una città impegnativa, se si è al volante. La diseducazione stradale impera, guidarci non è cosa da poco. Camminarci è molto meglio, preferibile se la si vuole vedere in tutta la sua bellezza. La via principale, via Etnea, che taglia la città in due parti, è rimasta la via commerciale più storica. Percorrerla gustandosi la folla a qualsiasi ora e le vetrine dei numerosi negozi è molto piacevole, quanto arrivare pian piano verso piazza del Duomo e scoprire una sinfonia di bianco e nero, il colore dei marmi con cui è stata costruita la cattedrale. Al centro della piazza, la fontana dell’Elefante. Una statua di marmo nero dell’enorme pachiderma, legata ai culti pagani dell’antichità. La prima cosa che un catanese dirà ad un ospite è di guardare l’elegante negli occhi perché è di buon auspicio. L’ho fissato per 5 minuti, chissà…
Un pranzo di lavoro ad Acitrezza, passando per Acicastello, mi ha dato l’opportunità di farmi raccontare i retroscena sul romanzo de “I Malavoglia” di Giovanni Verga, che lo scrittore catanese ambientò proprio ad Acicastello. Dicono che leggendo il romanzo “sul posto” sia possibile percorrere, ancora oggi, le stesse strade e vivere gli stessi “colori” narrati da Verga.
Siracusa si è rivelata una perla. In un bar in piazza Archimede ho mangiato il cannolo siciliano originale più buono. Farcito al momento, davanti ai miei occhi, con ricotta fresca e pistacchi, si è rivelato un ottimo appuntamento pomeridiano nei miei 10 minuti di pausa.
Chiedere sempre ai conoscenti del posto dove andare a mangiare (ed a pernottare). Sono l’unica vera ed affidabile garanzia. Archimede, in Via Gemellaro, laterale di Corso Matteotti, proprio all’inizio di piazza Archimede (zona centro storico di Ortigia) è il ristorante che cucina meglio il cous cous in tutta la città. Causa le invasioni, i domini e le continue influenze arabe, il cous cous è considerato dai siciliani stessi un loro piatto tipico. Ed ammetto che hanno imparato proprio bene a farlo.
I 10 cannoli, acquistati all’aeroporto di Fontanarossa a Catania (da “i dolci di nonna Vincenza”) prima di imbarcarmi ed arrivati in perfette condizioni a casa, si sono rivelati motivo di commozione per tutti in famiglia, ma soprattutto per mia nonna materna, che ingoiandone uno quasi intero mi diceva con un filo di voce “erano anni ed anni che non rimangiavo una cosa così buona e così mia”. Ovviamente dicendolo in dialetto siciliano.

Tuesday, April 14, 2009

E' già ieri

Da una “insana” voglia di cullare la propria intimità davanti ad un buon film durante una serata un po’ spenta, ne è nata una nottata insonne invasa da pensieri e parole a cui dare forma.
I film che si prendono gioco di noi narrando la nostra cecità e la nostra spesso non-curante quotidianità sono i più pericolosi. I sensibili “alle piccole cose”, diciamo “i sensibili di cuore”, saranno soggetti ad emozioni contrastanti: il volersi credere diversi dalla negatività che ci circonda e l’ottimismo di poter fare sempre qualcosa per gli altri e per se stessi.
“E’ già ieri” è una commedia italiana. Ottimo punto di partenza in quanto amante del cinema d’autore italiano.
Antonio Albanese interpreta Filippo, il presentatore televisivo protagonista. Ottimo punto di arrivo, da sempre sostenitrice degli artisti eclettici: saper far ridere e saper far piangere. E bene. Lui è molto bravo.
La storia è molto originale ma per certi versi sotto gli occhi di tutti noi. Filippo si alza tutte le mattine vivendo sempre lo stesso giorno, il 13 agosto dello stesso anno. Trascorrono mesi vissuti nel medesimo giorno, in cui accadono le medesime cose. Quello che all’inizio era per lui un incubo diventa quasi un gioco, facendo ogni giorno cose diverse senza le conseguenze di queste il giorno successivo. Fin quando qualcosa dovrà cambiare in Filippo affinchè riesca a vivere il giorno dopo, il 14 agosto.
Consigliato a tutti coloro che credono che un po’ (tanto) di “sano” (a loro dire) egoismo serva nella vita. Ed a coloro che non vedono al di là del proprio naso (soprattutto se questo è grosso ed anche un po’ “gobbo”).

Sputnik

Nome del primo satellite artificiale lanciato dall’Unione Sovietica il 4 ottobre 1957.

In russo significa “compagno di viaggio”.

Nella vita potrebbe significare “amico”, perché in fondo un amico accompagna durante un viaggio, pur breve che sia, pur semplice e banale che possa apparire.

“La ragazza dello Sputnik” è l’ultimo libro di Murakami Haruki tolto dal mio comodino. Letto in non poco tempo nonostante sia abbastanza breve. Vorrei giustificarmi dicendo che non ho avuto il tempo di leggerlo “tutto in un fiato”, in realtà è un libro complicato, da leggere con attenzione e spesso, ammetto, ho preferito “Chi” e la settimana enigmistica durante i tempi vuoti dei miei viaggi.

Difficile individuare tutti i fili che legano i semplici dialoghi dei personaggi (fantastici?) di Murakami: ogni personaggio è un valore, una coscienza, che parla ed interagisce con un’altra.

Il protagonista del libro è un insegnante trentenne innamorato di una cara amica, lesbica, che a sua volta ama una donna matura “asessuata”. Il protagonista non è altro che l’amore che interagisce con l’amica, che è l’amicizia, che a sua volta interagisce con la donna matura, il cinismo. L’intrecciarsi delle vite di queste 3 persone sviluppa la trama del libro che è il divincolarsi dell’amore e dell’amicizia sul cinismo e l’indifferenza. Una delle 3 vite sopraffà le altre 2. Non svelo quale sia il valore a prevalere.

Non facile da commentare questo libro, come non è sempre così immediato da cogliere alla prima lettura. Ma più denso di introspezione di un manuale di analisi psicologica.

Desiderosi di letture poco impegnative e divertenti astenersi.

Thursday, March 26, 2009

L’acquario non è tutto

Di Genova se ne sente parlare per il suo enorme e splendido acquario. Pochissimo per i suoi caratteristici vicoli, i suoi scorci meravigliosi di città di mare e la sua squisita focaccia semplice. Sì, perché per giudicare la bontà di qualsiasi cosa, questa deve essere il più semplice possibile. Pochi trucchi, meno inganni. Pochi ingredienti, sapore autentico, che difficilmente mente.
Di Genova in auto se ne dovrebbe parlare, almeno per poter evitare agli intenzionati di passaggio di venirci in auto. Il groviglio di incroci enormi che spuntano da vicoli minuscoli, il traffico disordinatissimo, i troppi sensi unici, il parcheggio che non c’è, le indicazioni stradali inesistenti. Sono stati motivi d’ansia ogni volta che inserivo la chiave d’accensione.
Come se non ne avessi abbastanza.
Eh si, perché Genova mi fa sentire la mancanza di mia madre. Inutile cercare di capire il perché soprattutto ora, in fondo ci siamo vissute da sempre molto poco. Però stasera guardando il porto illuminato dalla finestra della mia camera le ho confessato al telefono di aver dormito, stanotte, con un cuscino fantasma tra le braccia, convinta nel dormiveglia che la stessi abbracciando.
Josef Koudelka scrisse: “quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco”. Credo che mi stia tornando la vista, vedo meglio cose e persone.

Tuesday, March 10, 2009

Adoro perdermi….

Nonostante abbia comprato il navigatore, lo abbia aggiornato e mi dia un senso di onnipotenza in auto, adoro ancora perdermi.
Nei momenti di “stanca”, quando necessito di solitudine, quando ho bisogno di rilassarmi, quando ho bisogno di riflettere, quando ho voglia e bisogno di condividere questo magico momento del guidare senza una meta con una persona a me cara, per parlare o per ascoltare un prolifico silenzio….guido senza ansia di arrivo e senza voglia di arrivare.
Oggi a pranzo avevo quel pungente bisogno di inaugurare una primavera non ancora iniziata mangiando all’aria aperta. In possesso della mia piadina al crudo ed ananas affettata, ho guidato verso la collina reggiana perdendomi in stradine di campagna e paesini di poche anime. A minuti di guida ormai accumulati, accosto e decido di mangiare davanti ad un casolare di campagna, che guardacaso, aveva un maiale nel proprio giardino. Abbiamo mangiato insieme, io ed il maiale, che credo fosse femmina perché appena finito di mangiare ha avuto l’accortezza di lavarsi i denti masticando erba e di leccarsi le zampe per lavarsi. Alquanto “vanitosa” la bestia.

Monday, March 9, 2009

Quando ti dicono “sarà un’esperienza”

Far prender forma ai propri sogni da bambina è a sua volta un sogno. E nonostante i pochi anni di vita che pian piano divenivano sempre di più, ho sempre immaginato un futuro più sereno e soddisfacente possibile. Queste poche parole possono essere un sogno, un obiettivo.
Godere di ogni cosa che faccio, vedo, provo è il motivo che mi convince del mio stare bene.
Martedì mattina sono arrivata a Roma in perfetto orario accompagnata da un breve acquazzone. L’hotel in cui alloggiavo era in un vicolo molto stretto, in pieno centro, a pochi passi da Piazza di Spagna.
I vicoli sono i tratti che più amo delle città: mi sembra di esserci dentro e di “respirarle” al meglio. Via dei Greci è una trasversale di via del Babuino a Roma. L’ingresso dell’hotel era esattamente a metà di via dei Greci, percorsa da chioschi di fiori freschi e negozi di strumenti musicali. Perfezione: uscire al mattino per recarsi al lavoro ascoltando la musica classica che si riversava nel vicolo e fermarsi a guardare e toccare le calle fresche nei chioschi.
Roma è bella anche con la pioggia. Difficile che una città sia bella anche col brutto tempo.
Perdermi nei negozi più particolari appena ho un minuto libero sta diventando un vizio. Soprattutto se questi sono impeccabili e geniali. Trovarli per caso, però, è solo fortuna.
TAD in Via del Babuino è stato un caso fortuito. Soprattutto trovare al suo interno il ristorante: piatti dagli stessi colori e tendenze degli oggetti allestiti all’interno del punto vendita. Stesso mood espresso attraverso varie forme: coiffeur, ristorante, fiori, fashion, caffè, profumi… Un concept store all’ennesima potenza.
Ho ordinato “calamari al vapore con salsa alla menta su letto di riso rosso thailandese” mangiando nel giardino esterno riscaldato. Come far godere una donna senza toccarla 2.
Mercoledì sera sono atterrata a Lamezia Terme, Calabria, dopo un volo turbolento, per niente piacevole. Pioveva forte. Il vento non aveva facilitato l’atterraggio e non facilitava nemmeno la mia guida verso Siderno (RC), paese sullo Ionio, destinazione finale.
Arrivare in tarda serata, col buio, ha sempre un certo fascino nonostante il disagio, perché è come vedere una nuova realtà al risveglio del mattino successivo.
Le persone del Sud sono intrise di valori che, forse, al Nord nemmeno ricordiamo: l’ospitalità, il dovere di fare sentire l’ospite come a casa propria, il mangiare bene e tanto, difficilmente non insistono nel farti mangiare qualcosa che reputano doveroso assaggiare, la convivialità, il doppio bacio sulla guancia ogni volta che ci si saluta, la sincerità che porta alla fiducia. Eh si, perché le persone del Sud, di ottima memoria, ti mettono alla prova con domande sottili ed insistenti per valutare il tuo livello di credibilità: vietato contraddirsi e tradirsi nelle risposte. Le persone che meritano fiducia avranno il merito della loro amicizia e disponibilità.
Ho lavorato 3 giorni sperando di meritarmi la fiducia delle persone con le quali ho collaborato. E la loro disponibilità ricevuta è stata impagabile.
Un po’ come una volta, tanto tempo fa, in cui ci si fidava della parola data e del rispetto portato.

Monday, March 2, 2009

Come far godere una donna senza nemmeno toccarla

Sabato pomeriggio: si va a moroso, normalmente.
Mi fermo a fare il pieno carburante nel mio distributore ormai di fiducia ed osservo le macchine intorno a me: coppiette che si preparano ai grandi magazzini e centri città. Lei con occhialoni enormi e scuri che scruta fuori dal finestrino spazientita, lui che scende per fare il pieno, scarpe da ginnastica e tracolla che va tanto di moda.
La passeggiatina basso-spendente (visti i tempi che corrono) e lo struscio in un posticino affollato ma romantico.
Anche se con una cara amica, è come se sabato pomeriggio fossi andata “a moroso”. Anzi, “a morosa”.
La passo a prendere, l’abbraccio intenso per esprimere la voglia di vederci, i discorsi sciocchi ed intimi.
La passeggiata in centro città, questa volta Mantova, e la panchina sui laghetti.
Il bel tempo e la temperatura, finalmente, mite.

Entrare in un posto amato da entrambe, la libreria, snocciolare tutte le novità appena uscite, prenderci in giro per i gusti opposti in fatto di lettura e musica. Acquistare un libro di uno scrittore giapponese, l’ennesimo, e sentirmi dire “Alle hai dei gusti veramente strani, veh”. Chiederle se le piacciono i Queen e sentirsi dire “no”. Quasi una bestemmia. “Io sono cresciuta a pane e Freddy Mercury, vedi tu…”. “Ma vah, non mi piacciono”.
Ogni libro comprato in una città diversa dalla mia è il ricordo del mio passaggio. Conservo lo scontrino di quel giorno dentro al libro stesso. Sarà il suo segnalibro.

Camminare a braccetto è diventato un mio messaggio di fiducia ed affetto. Mi piace camminare a braccetto in mezzo a tanta gente. Al braccio di persone care.
E mentre a braccetto percorravamo i portici del centro, un’insegna…all’inizio di Via Oberdan: “Cioccolateria”.
Uno scambio veloce di sguardi lussuriosi, il cambio di rotta, lo stupore di entrare in un paradiso dall’odore di cacao e dai colori del cioccolato in tutti i suoi gusti.
Per un attimo l’esitazione della salutista tenace. Ma solo un attimo. Godere del gusto al palato più dolce e puro non conosce remore e sensi di colpa.
“Per me una coppetta da 2 gusti: cioccolato e pistacchio del Bronte”. “Cioccolato fondente al 63% di cacao, al 72% o al 78%?” “Beh, al 78%”.
Uscire dal microspopico negozietto di sogni.
Assaporare il primo cucchiaino di gelato al cioccolato puro.
E goderne.
Come far provare un orgasmo ad una donna senza sforzo.

Friday, February 13, 2009

Moda

Sono nata a Parigi e cresciuta nel comune di Antony, un sobborgo a sud della città, cosa vuoi che ne sapessi di moda? Dalla professione dei miei genitori, restauratori d’arazzi, ho imparato disegno, geometria e senso estetico. Ecco perché ho creato il ragno, una delle mie opere più significative, che simboleggia la pazienza del tessitore. Mia madre è sempre stata la mia migliore amica, una donna straordinaria, che mi ha insegnato l’amore per l’arte, ragion per cui nei miei lavori troverai sempre il mistero delle relazioni umane.
Grazie ai miei genitori, arte, moda, eleganza e simmetria sono andate sempre di pari passo. Entrambi avevano una passione per la moda che mi hanno saputo trasmettere, viziandomi in una gara a chi mi comprava vestiti più belli. L’amore per la geometria, per Léger e il simbolismo degli arazzi mi hanno insegnato che tutto si può rammendare, soprattutto se riletto in chiave di disciplina filosofica. Perché, citanto Yves Saint Laurent, il rammendo nasce dallo “stesso processo creativo di uno stilista. Forme sinuose, precisione rigida e filosofia del vivere”.
Da ragazza vestivo Chanel, lei ha cambiato il destino non solo della moda, ma di tutte le donne. Nel ’38 ho sposato uno storico d’arte americano con cui mi sono trasferita a New York e qui ho scoperto che il modo in cui ti vesti e come porti i vestiti che indossi definiscono non solo la tua personalità ma anche quel che vuoi rivelare o nascondere agli altri, e la cosa è stata per me un po’ come l’abbiccì della moda.
I vestiti sono l’estensione del nostro carattere, rappresentano il potere di essere noi stessi, e per trovare il nostro stile dobbiamo imparare a piacerci.
I tessuti fanno parte della mia arte da sempre. Ma non si possono fare paragoni tra arte e moda: l’arte è una creazione che non conosce né tempo, né confini, al contrario della moda. Creo perché sento la necessità di esprimere un sentimento, e anche se all’inizio non so bene quale sarà il risultato, è un processo irreversibile che non riesco a fermare finchè non ho fatto uscire tutto quello che sento nel mio inconscio. Per poter esprimere le nostre emozioni dobbiamo sapere ascoltare ed essere ispirati dai risultati. Lavoro ogni giorno, tranne la domenica, quando apro la mia casa studio a giovani artisti, amici, scrittori e galleristi per poter scambiare esperienze. “I get as much as I give”.
I miei vestiti preferiti sono di Helmut Lang, Prada e Agnes B. Ho un bellissimo cappotto di finta pelliccia bianca, regalatomi da Helmut Lang, che mi piace indossare ogni tanto e, anche se non esco mai, mi fa sentire bene.
Penso che i vestiti siano essenziali, perché ci danno la possibilità di ricordare episodi importanti della nostra vita, riattivano la memoria, così come i colori, la musica e gli odori. Ho un vestito a cui tengo molto, creato e dipinto da me, che indossai quando mio padre venne a trovarmi a New York all’inizio degli anni Cinquanta. Fu una serata memorabile, anche se i rapporti tra noi sono sempre stati difficili. È uno dei miei portafortuna. Futuro? Non ho nessuna idea sul futuro della moda, io mi vesto sempre uguale, per qualsiasi occasione, maglietta bianca, gonna nera e scarpe da ginnastica.

Louise Bourgeois, quasi centenaria papessa dell’arte contemporanea mondiale