Monday, June 20, 2011

Amore dopo amore


















Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero, che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. E’ festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott

La nostra storia siamo noi

Riconciliarsi con la propria storia vuol dire, fondamentalmente, accettare di aver avuto la storia che si è avuta. Non riesco a trovare una definizione più semplice di questa.


Vorrei proprio sapere quanti di noi riescono ad accettare pienamente di aver avuto la storia che hanno avuto, dal momento che la maggior parte di noi è sempre in un atteggiamento di protesta, di recriminazione, di rimpianto, rispetto a qualcosa che è successo.

Accettare ciò che noi abbiamo avuto nella nostra vita significa accettare di essere nati in una certa famiglia; accettare di aver avuto un certo padre e una certa madre; accettare di essere nati uomini o donne; accettare di essere nati poveri o ricchi; di essere nati bianchi, neri, gialli. Poi, con il passare degli anni, accettare di aver avuto quelle certe difficoltà quando andavamo a scuola, accettare di aver avuto l’insegnante di latino o di matematica che ci ha perseguitato per quattro anni. Accettare di aver incontrato quell’uomo o quella donna che ci ha fatto molto soffrire. In realtà loro non ci hanno fatto soffrire: è il nostro film che ci ha fatto soffrire, questo ce lo dobbiamo sempre ricordare, ma comunque, tanto per capirsi, accettare che abbiamo incontrato una donna terribile o un uomo terribile che ci ha fatto soffrire perché non era perfettamente aderente al nostro film. 

Accettare la nostra storia vuol dire accettare tutto quello che noi siamo stati. E quanto più noi abbiamo ancora delle capacità mentali che funzionano abbastanza bene, tanto più riusciamo a ricostruire la nostra storia. 

A volte succede che ci siano delle persone, e mi è capitato di incontrarne abbastanza spesso, che non riescono a ricordarsi che storia hanno avuto. 

La nostra storia è quella fatta di tutti i rapporti che abbiamo avuto con la nonna, con il nonno, con lo zio, con la zia, coi cugini, coi fratelli, con le sorelle, con il marito, con la moglie, con i figli, ma soprattutto col papà e con la mamma, insomma con le persone significative che, per periodi più o meno lunghi, hanno girato attorno a noi. Ognuno ne ha un’infinità da ricordare.

Riconciliarsi con la propria storia vuol dire guardare a tutto ciò con tenerezza accettante. È la nostra storia, non ne abbiamo altre a disposizione. Teniamocela cara e rispettiamola. Rispettiamola per quello che è stata, anche con tutte le tragedie e con tutti i massacri che possiamo aver vissuto: è la nostra storia. E, nonostante i dolori provati e che ancora proviamo, siamo ancora vivi e siamo ancora capaci di scambiare tra di noi, siamo ancora capaci di darci qualcosa, siamo ancora capaci di essere con il cuore aperto, e siamo capaci ancora di ridere e di gioire. Siamo capaci di apprezzare la vita nonostante siamo stati, a volte, vittime, più o meno reali, di situazioni molto difficili da superare. 

Riconciliarci con la nostra storia vuol dire dare alla nostra storia quello che si merita, perché non c’è nessuna storia da buttare nella spazzatura. Ogni storia è una storia di bassezze, di grandiosità, di eroismi, di egoismi, di cose in luce e cose in ombra che si intrecciano continuamente, ma è, nel caso specifico, la nostra storia.

E la nostra storia siamo noi. Nella nostra storia possiamo dire che si è manifestato, a un livello “famo strano” il nostro karma, e per molti è sufficiente sapere questo. A un livello psicologico si sono manifestate tutte le cose che hanno a che vedere con le emozioni, con la nostra capacità mentale, con il funzionamento della nostra mente superiore, della nostra mente inferiore, con la nostra personalità. Tutto si è manifestato nella nostra storia. E si è manifestato soprattutto attraverso il nostro corpo. Tuttora si sta manifestando attraverso il nostro corpo, anche nelle nostre relazioni. Il nostro corpo è il luogo dell’incontro con noi stessi e con gli altri. 

La nostra storia siamo noi. Non è che noi siamo adesso nel presente, e quello che viene prima è la nostra storia. A volte facciamo questa operazione che è sbagliata da un punto di vista logico. Non è che ci siamo noi, adesso, e la nostra storia è un’altra cosa. No, è un tutto unico, un tutto continuo. È un tutto continuo ed è come se, in un film, ci fosse un trascinamento di un’immagine in cui c’è un personaggio che è presente, sovrapposto, inserito, dentro scenari molto diversi tra loro. A un certo punto il film si ferma su uno scenario particolare, e il personaggio ha il volto, il corpo, l’espressione che noi abbiamo in questo momento. Quello è il momento presente. E poi il film riprende, gli scenari mutano...

Siamo noi, siamo un continuum, un flusso. Noi siamo un flusso. È un nostro imbroglio mentale quello di pensare che noi siamo solo ciò che ci sembra di essere adesso. Quello che noi chiamiamo passato, quello che noi chiamiamo futuro, è tutto un presente.

Recuperare la nostra storia è recuperare anche qualche cosa che c’è adesso. Non è che noi possiamo dire: "Io mi accetto come sono adesso, ma non accetto la mia storia". Se non ci fosse la nostra storia, noi non potremmo essere così come siamo. Oppure: "Io non mi accetto come sono adesso, ma accetto invece come ero una volta". Sono discorsi artificiosi, sono menate di testa, filosofie. Siamo un tutt’uno. La nostra storia è un tutt’uno. 

Nessuno di noi potrebbe essere quello che è adesso, se non avesse la storia che ha avuto. Non potrebbe essere così neanche fisicamente. Se noi riuscissimo per un momento a capire che siamo un tutt’uno con la nostra storia, che non siamo scindibili dalla nostra storia, non lo sentiremmo più come un atto generoso da parte nostra, quello di accettare un noi stessi che appartiene al 2011, o al 2001, al 1991, al 1981, al 1971 e così via. Sentiremmo che è necessario, se desideriamo accettarci per come siamo oggi, accettare anche ciò che siamo stati. E quando dico accettare ciò che siamo stati, non vuol dire giustificare le cattiverie o le brutture che possiamo avere fatto. Vuol dire semplicemente accettare il fatto che siamo stati così, che è l’unica premessa per non negare, per non nascondere, per non occultare, per non fare come gli struzzi cacciando la testa sotto la sabbia. L’accettazione è la sola premessa possibile a ogni trasformazione e non vuole assolutamente dire condividere e appoggiare. Vuol dire semplicemente accettare che è così. 

Accettare chi siamo vuol dire accettare che siamo degli esseri umani con dei limiti, con delle ombre ma anche con delle luci. Vuol dire accettare che possiamo avere anche le cose più orrende dentro di noi. Non vuol dire accettare le cose orrende. Vuol dire accettare il fatto che le possiamo avere. Perché solo nel momento che accettiamo che le possiamo avere, solo in quel momento, le potremo guardare. Se mai accettiamo che noi abbiamo avuto un periodo in cui siamo stati davvero dei mascalzoni, mai potremo vedere veramente il periodo di mascalzonaggio che abbiamo passato, mai potremo vedere veramente il periodo in cui abbiamo venduto l’anima. E tutti noi, per un periodo più o meno lungo, credo, abbiamo venduto almeno un po’ di anima, in cambio di qualche rassicurazione o di qualche gratificazione. Per anima intendo la voce alta, la voce forte che sentivamo risuonare dentro di noi e che ci portava magari altrove rispetto a quello che voleva la mamma, il papà, il figlio, la figlia, il marito, la moglie, la nonna, la zia, l’amico, l’amica, il cugino, il maestro, il datore di lavoro, e così via.

Noi abbiamo venduto la nostra anima, tutti l’abbiamo venduta, chi di più chi di meno, chi più a lungo chi meno a lungo... Ma se non accettiamo l’idea che possiamo aver venduto la nostra anima, come potremo vedere quando, e come, l’abbiamo venduta? 

Se ritroviamo i momenti in cui l’abbiamo venduta, possiamo portare l’attenzione sul fatto che l’abbiamo venduta e ci diamo dei lazzaroni, ci diamo dei cretini, ci diamo, insomma, dei personaggi squallidi, ma se, invece, portiamo l’attenzione sul fatto che, a un certo punto, ce la siamo ripresa, come spesso accade, possiamo improvvisare una danza di celebrazione nel salotto di casa. 

Ora, il punto è che molti di noi l’anima la stanno ancora vendendo. 

Vendere l’anima, lo ripeto, vuol dire vendere i propri valori forti, quello che sentiamo essere davvero importante per noi realizzare in questa esistenza limitata su questo pianeta, in cambio di tranquillità, pace relazionale di superficie, benessere economico… E quando si sta vendendo l’anima, non ci si può riconciliare con la propria storia, perché la storia appare completamente deformata. Se stiamo vendendo l’anima non essendone nemmeno consapevoli, non è possibile che guardiamo con serenità la nostra storia, perché siamo troppo attaccati a quel qualche cosa che ci viene, in cambio di ciò che stiamo vendendo.

Allora, prima ancora di riappacificarsi con la propria storia, c’è da verificare se stiamo vendendo l’anima o meno. Perché, se stiamo vendendo l’anima, non è proprio possibile neanche sapere qual sia stata esattamente la nostra storia, perché ne verrebbe completamente distorta. 

Nel momento in cui ci si sente sufficientemente tranquilli da questo punto di vista, stiamo rispettando noi stessi, stiamo rispettando quella che percepiamo essere la nostra verità interiore. A questo punto, la riappacificazione con la nostra storia significa guardare con uno sguardo amorevole ciò che siamo stati, ciò che ci è successo nelle nostre relazioni, con tutte le persone, animali, ambienti, attività, che ci hanno circondato nella nostra vita, fin da quando eravamo piccoli e, per qualcuno di noi, fin da quando era dentro la pancia della mamma. 


di Miten Veniero Galvagni

Sunday, May 29, 2011

Il doposole dell'anima


Ogni estate ha le sue private mode, fissazioni, routine. Alcune sono quelle di altri, di quelli che ti influenzano un pò perchè partecipi del tuo tempo. Alcune sono proprio le tue, quelle che hai da anni e sono gli altri a prendere da te.
Ogni estate è il luogo in cui ho trascorso le vacanze. Mi ricorderò del 2001 come l'anno dell'Egitto, del 2006 come l'anno di Capo Verde, del 2008 come l'anno del Giappone... Mi vorrei ricordare di quest'estate come l'anno della serenità senza fissa dimora, senza meta. 
Di quella pura follia che m'invade quando so quel che voglio. Di quella sottile leggerezza dell'animo di quando riesco ad ottenerlo.
Dopo il primo bagno di sole, oggi, e la routine di litri di crema ovunque fuori dalla doccia... ho riscoperto quell'odore che non sentivo da 11 anni. L'odore del doposole Clarins comprato per la vacanza dei miei 18 anni, in cui partì il 30 luglio stesso. Lo stesso doposole comprato accidentalmente.

Mi ricordo le domande di allora e mi ricordo che non sapevo le risposte.
Di risposte ne conosco ancora poche ma quest'estate avrò addosso, ogni sera, ogni notte, lo stesso odore che avevo 11 anni fa. 
Qualcosa vorrà pur dire...

Istruzioni per piangere

Lasciando da parte le motivazioni, atteniamoci unicamente al corretto modo di piangere, intendendo per tale un pianto che non sconfini nello scandalo e tanto meno in un insulto al sorriso, data la loro parallela e goffa somiglianza. Il pianto comune o normale consiste in una completa contrazione della faccia e in un suono spasmodico accompagnato da lacrime e da moccio, quest'ultimo nella fase finale, perché il pianto termina nel momento in cui ci si soffia energicamente il naso.Per piangere occorre fissare l'immaginazione su se stessi, e se ciò risultasse impossibile perché è stata contratta l'abitudine di credere nel mondo esteriore, si ponga mente ad un'anatra ricoperta di formiche o a quei golfi dello stretto di Magellano “ove niun penetra giammai”.Una volta arrivato il pianto, ci si copra con dignità il volto usando entrambe le mani con la palma in dentro. I bambini piangeranno con la manica della giacchetta sulla faccia, e preferibilmente in un angolo della stanza. Durata media del pianto: tre minuti.

Julio Cortazar

Thursday, May 19, 2011

Come ti si dovrebbe baciare


Quando ti bacio
non è solo la tua bocca
non è solo il tuo ombellico
...non è solo il tuo grembo
che bacio
Io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri
bacio il tuo riflettere
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio

il tuo amore per me
e la tua libertà da me
il tuo piede
che è giunto qui
e che di nuovo se ne va
io bacio te
così come sei
e come sarai
domani e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso.


Erich Fried

Saturday, April 23, 2011

Manuale delle giovani marmotte

La figlia femmina si renderà conto verso i trent'anni che la propria vita è scandita in quindicine, fasi di vita che si evolvono ogni 15 anni grazie all'intervento di madre natura, della famiglia, della cerchia di persone capaci di influenzarti, degli uomini che incontri.
I primi quindici anni di vita trascorrono all'insegna della castità. Tua madre ti insegna che devi sederti a gambe strette, soprattutto se indossi la gonna, che non devi fissare negli occhi le persone, ti inculca le prime nozioni di cucina, di applicazioni domestiche e tecniche. Sceglie per te abiti e scarpe, sempre il contrario di quello che volevi e che avevano tutti a scuola.
I secondi quindici anni sono quelli (e gli ultimi al momento) in cui puoi dire la tua.
Le gambe difficilmente rimangono strette, soprattutto senza gonna, cominci a fissare negli occhi la gente, soprattutto gli uomini, impari a trarre piacere nel cucinare ma difficilmente nel fare i lavori di casa. Indossi abiti per niente comodi ma "da figa", acquisti scarpe che sembrano dei trampoli.
Normalmente le madri tentano di intrufolarsi nella tua vita privata per incalzare ancora qualche casto consiglio. Ma i casti consigli si tramutano in perle di cinica saggezza, "morto un Papa se ne fa un altro", "tu sei troppo per lui", "hai sbagliato nel dargliela", "hai idea di quanti cazzi ci siano al mondo?", quando ti vedono piangere sul letto aggrappata al cellulare aspettando una telefonata. 
Sì, si aspettano le telefonate dai 15 ai 30 anni. Sì, soprattutto da chi sai che difficilmente chiamerà. E' la scommessa di sempre delle ormai donne ancora illuse: le missioni impossibili su cavie (uomini) impossibili. "Adesso ci sono io e la solfa cambia". La solfa non cambia, stai solo tastando i tuoi nervi per affrontare al meglio la prossima quindicina, dai 30 ai 45, durante la quale speri di godere appieno della femminilità ormai esplosa e degli insegnamenti dagli errori commessi.
Verso i 30 le uscite con le amiche cominciano ad essere delle serate di cabaret in cui ognuna fa il suo show. Ognuna con il suo sfogo da fare, la confidenza da dire, la porcata da raccontare. 
Ridi del tuo essere donna, con le donne. Sorridi del tuo esserlo con gli uomini, come se volessi celare la tua consapevolezza che quella è l'arma che stai imparando ad usare.

Thursday, April 7, 2011

Noi stessi


E se ci lasciassimo alle spalle
il nostro sè.

Ecco che se ne va, senza un addio
imbronciato e crucciato
a cercare qualcosa di meglio.
Senza voltarsi indietro.

E noi?
Dobbiamo prima abituarci
allo smagliante paesaggio
di prima e di dopo,

di radioso tempo
senza presente.

da: Cees Nooteboom, Avevo mille vite e ne ho preso una sola

Senza reset

Saturday, April 2, 2011

A te che...

...sei il mio divano durante un gelido ed umido inverno.
A te che sei la mia poltrona in giardino durante i mesi primaverili ed estivi.
A voi che siete il mio nido stagionale, che mi accogliete a seconda della temperatura, ma sempre per la mia voglia di leggere, leggere ed ancora leggere.
Vi siete mai chiesti se quelle chiappone di giovane età non abbiano di meglio da fare che spiaccicarsi su di voi per tutto il pomeriggio del sabato, della domenica mattina? Se quelle gambe sempre intrecciate o accavallate non abbiano luoghi in cui andare, altre gambe da incontrare? Se quelle risate improvvise non fossero un chiaro segno di squilibrio?
Oppure avete scoperto subito la verità.... Si, sarà così, se ancora oggi ridete del mio tempo libero e della mia voglia di riprendermi il silenzio e la mia mente.
Rido perchè leggo cose divertenti e molto autobiografiche ultimamente. Ho imparato a ridere di me stessa e mi diverte.
Non ho altro da fare se non accomodarmi su di voi perchè scelgo la vostra compagnia in quel momento, quella del mio pc portatile per scrivere, di qualche blocco per prendere appunti, di qualche libro o rivista per assorbire parole, frasi, idee.
Mi piacete, ancora oggi. Ancora dopo i miei abbandoni, quando non vi ho degnato di uno sguardo prima di partire per un pò, non dicendovi nemmeno dove andavo. E soprattutto perchè.
Ma il perchè lo sapevate, altrimenti non mi avreste aspettato. E non continuereste a farlo.
Io parto sempre per tornare e amare il luogo in cui sono cresciuta con le chiappe sopra di voi.

Il senso della vita

Il senso della vita. Trasmissione di Paolo Bonolis in onda su canale5. Più serie, in onda ogni stagione perchè di risposte se ne possono dare tante, è necessario avere tempo.
Un senso. Vasco Rossi, cantata nell'album Buoni o Cattivi nel 2004. Trovare un senso a tante cose, che poi "un senso non c'è l'ha".
Il senso di sè. Tiziano Terzani scrive in una delle sue tante autobiografie "ci vuole un senso di sè nella vita che non sia quello della carriera e dei soldi".
Il mio senso è poter scegliere. Il mio senso è qui, indicando il cuore con il palmo della mano. Indicandolo ad un piccolo grande uomo della Chiesa, ma che della Chiesa ha solo il titolo di parroco. Il resto è divinità, saggezza, amore per la vita ed esperienza. 
Ed ho cenato di fianco ad un cuore grande ieri sera. Ho cenato di fianco a 17 anni di cisterne d'acqua costruite in Brasile durante una missione quasi infinita, a mesi in Rwanda per ricostruire un senso civico ed umano dopo il genocidio tra Tutsi e Hutu, a mesi trascorsi nel Sud America, da El Salvador, Santiago (Cile), Capo Horn alle Ande spostandosi esclusivamente con mezzi pubblici. 
Conosco questa sete di viaggiare, vedere più cose possibili siano presenti su questa Terra, farsi ogni esperienza propria per esserne arricchiti ancora una volta. 
Conosco l'appartenere ad ogni luogo. Perchè si appartiene solo a se stessi. E se stessi è la propria anima. Che curata e nutrita ci rende liberi ovunque. Liberi di sentirsi sereni. Felici. 
Un pò il senso dovrebbe essere questo.