Tuesday, October 21, 2008

Quando ce n’è bisogno

Quando dalle solite “frasi fatte” emesse dalle bocche di amici e, perfino, sconosciuti apprendi ciò che prima o poi ti accadrà realmente, rimarrai stupita dalla straordinarietà di ciò che ti circonda e di ciò che potresti e puoi vivere.

Forzare le cose ti insegna ad aspettarle, per avere quelle giuste.

Cercare invano ti insegna a saper ricevere quando sarà ciò che cerchi ad arrivare.

E la cosa più sorprendente di ognuno di noi è il poterci ascoltare, ascoltare ciò di cui avremmo bisogno.

Quando ce n’è bisogno, di quella cosa, qualunque sia, questa andrebbe fatta.

Sono un essere alquanto bisognoso. Ho bisogno di tante piccole cose, anche nell’arco di una semplice giornata: una colazione che mi soddisfi ed il poterla consumare con calma, il poter leggere il “mio” libro del momento per almeno 10 minuti seduta ovunque, non ho grandi pretese, il kiwi, il caffè macchiato dopo pranzo e così via. Ognuna di queste piccole cose mi procura un immenso piacere, immenso nel tempo in cui dura, il tempo stesso in cui sto compiendo quell’azione.

Ci sono bisogni che avrei (ho) quotidianamente ma non posso appagare. Allora questi si ribellano e dopo poco scoppiano, provocando in me una voglia irrefrenabile di soddisfarli.

I bisogni sono i nostri padroni, veniamo manovrati da questi. Spesso ci illudiamo di controllarli, sconfiggerli, ma noi stessi siamo sconfitti in partenza, perché soddisfare qualsiasi nostro bisogno ci rende esseri soddisfatti e felici. Vincere sui bisogni significa aver vinto su noi stessi, aver contribuito alla nostra sconfitta come esseri umani col diritto di godercela e non solo di “tenere duro” e “fare ciò che si deve fare”.

Spesso ho bisogno di dimenticarmi del domani e persino del “da dove vengo”. Parto, quasi sempre organizzo almeno “un letto”, ma più per abitudine alla comodità che per mantenere l’alone da “tutto sotto controllo”.

Questa volta sono partita per dimenticarmi “del dolore fisico” (leggesi mal di schiena e testa da stress) ed il viaggio, pur sempre importante, ha condotto ad una meta, però, ben più spettacolare e piacevole.

La tanto discussa spa, costosa, “da fighetti”, da vecchi… da “me”.

E sono riuscita a trascinarmi, senza corde e fruste, l’uomo tutto d’un pezzo che “queste cose” non le ha mai fatte. Lo stesso uomo che ha goduto più di me nel trascorrere ore in ammollo e contornato da nudità.

Eh si, perché Lago di Garda è sinonimo di ritrovo turistico per tedeschi e la spa che mi ha accolto per un week end era proprio su questo lago. E anche questa spa non poteva non ospitare gioiosi tedeschi, dalle usanze senza tabù e malizie.

La prima vergognosa performance che ci ha visto protagonisti, io e Michelone, si è svolta nella vasca idromassaggio. Michelone comincia a parlarmi in inglese sciolto, veloce, sul cosa fare e mangiare a cena credendo che una coppia di fianco a noi fosse tedesca od olandese. La coppia era molto silenziosa, non c’era molto dialogo tra di loro, forse una coppia d’altri tempi, che vive di sguardi e di “sfiori”. Oppure una coppia che si è già detta tutto, oppure una coppia molto fredda e distaccata. In realtà era una coppia di inglesi, che parlava inglese e che si è sorbita un teatrino divertente di due italiani che fingevano di essere “inglesi”. Forse… anche loro avranno parlato inglese perché ci credevano inglesi ma non lo erano veramente? Mmm, credo che abbiano parlato inglese perché inglesi ma ci hanno reputati comunque dei cretini.

Al primo posto nelle performance da vivere almeno una volta nella vita c’è il “bigolo moscio stropicciato” del tedesco anziano che ti si piazza davanti durante una seduta di rilassante bagno turco.

Decisi a vivere le nostre diverse passioni, io il bagno turco, Michelone la sauna, ci chiudiamo nei nostri sgabuzzini limitrofi a morire carbonizzati e sciolti, quando ad un certo punto si percepisce un po’ di fervore all’esterno. Dalla porta di vetro, resa opaca dal vapore e dai fumi balsamici, intravedo figure femminili nude. “Pfeuh, se entrano, sono la più soda” comincio a pensare. Entrano nella sauna dove vegetava solo Michelone:“bah, non sono gelosa, sono vecchie”. Un lampo, anzi, saetta: “cazzo, a Michelone piacciono le tardone”. Mi distraggo un attimo ed allungo il collo per accertarmi della piega che comincia ad assumere la situazione.

La porta si apre proprio mentre mi sporgo, entra un pisellino non più giovane, penzolante, che chiede pietà per la troppa calura e che pian piano si avvicina. Qualcuno mi saluta “Hello”, “Hello” rispondo io non capendo ancora se il saluto provenisse dalla bocca del signore o dal suo sofferente pistolino che mi chiedeva aiuto. Si siede di fronte a me il pistolino e mi guarda; il signore mi dice in tedesco di accertarmi se aveva chiuso bene la porta. Mi alzo ed in pochi secondi decido di chiudere bene la porta e di rimanere. Perché mai dovrei uscire! Mi risiedo, il pistolino continua a fissarmi. Decido di rilassarmi per bene, chiudere gli occhi e basta, semplicemente. Ma mi sento lo sguardo del pistolino ancora addosso, che mi dice “vattene se rimani vestita o resta ma spogliati”.

Intravedo Michelone uscire dalla sauna…pochi secondo e scappo, “Hello”. “Hello” mi risponde, ma non so anche stavolta se il signore o il pistolino.


Saturday, October 11, 2008

Riflessioni su attori, cioccolato e liberta'

Non so se perché interpretò un prigioniero ne Le ali della libertà oppure perché il suo cognome tranquillizza, “uomo libero”. Morgan Freeman mi calma. E’ come un sedativo dopo una crisi isterica oppure magnesio in dosi massicce per gli attacchi di emicrania.
Qualsiasi sia il suo ruolo ed il suo film, i suoi nei neri su un viso color cioccolato mi infondono pace. Sarà perché il suo volta mi ricorda una pralina di cioccolato al latte?
Mi succede la stessa cosa con Denzel Washington, ma in questo caso sopraggiunge un non so che di libidinoso e non riesco a rimanere proprio impassibile.
Mi da l’ansia Kim Rossi Stuart. Uno degli attori italiani migliori, è talmente bravo e recita sempre in parti talmente “sfigate” che mi dà i nervi. Delinquente tossicomane in Cuore Cattivo, marito-padre abbandonato e squattrinato in Anche Libero Va Bene, introverso malvivente psicolabile in Romanzo Criminale. Film con Kim consigliabili soltanto in un momento di calma interiore e psiche ferma e sicura di sé.
Ad ego soddisfatto di me, ho rivisto Cuore Cattivo. Un film che narra le sorti di un giovane rapinatore che finisce nella casa sbagliata (o giusta?) nel divincolarsi dalle forze dell’ordine e prende in ostaggio una ragazza portatrice di handicap. Anzi no, il film narra di come da un momento all’altro la propria vita possa completamente variare forma. Si, il film parla di scelte e di non scelte. E le non scelte non è detto che non comportino cambiamenti.
Scene ad hoc: Claudio (Kim Rossi Stuart), durante le ore di ostaggio della ragazza, cattura una mosca sotto un bicchiere. La telecamera si sposta dentro il bicchiere ed il punto di vista diviene gli occhi della mosca. Inquadratura angosciante, lui si immedesima nella mosca e pochi minuti dopo la lascia libera.
Esther, la ragazza con handicap in ostaggio, gli chiede se Claudio tenga così tanto alla propria vita (dopo che lui stesso l’aveva fermata dal tagliarsi le vene in bagno). Lui le risponde in romanaccio: “eh certo che ce tengo, c’ho solo questa c’ho!”.
Il film mi ha fatto tornare in mente la Fede ed i nostri profondi ma brevi scambi di vita durante la pausa caffè in ufficio: “quando ero piccola il vento mi piaceva perché mi dava la sensazione di volare. Mi mettevo con le braccia aperte, in mezzo ai campi. Una volta avevo un palloncino in mano…che poi è volato. Mi ricordo ancora l’angoscia nel vedere questo palloncino salire in cielo…lentamente”.Penso che ognuno abbia il proprio palloncino. Non è detto che lasciarlo volare sia “un disastro per noi”. E penso che questa famosa libertà non sia fare ciò che si vuole, ma fare le cose COME le si voglia fare.

Thursday, October 9, 2008

Gilda e Bastone



Una mia dote, non troppo nascosta, è quella di dare nomi e soprannomi istantanei agli oggetti animati viventi e non. Mi bastano pochi secondi, guardare l'esserino in volto ed il gioco è fatto: per lui avrò sfornato un azzeccatissimo nomignolo.
Sabato pomeriggio ho visitato la Mostra dei Cuccioli a Parma. Tanti cagnolini e gattini di varie razze dentro gabbie un pò inquietanti.
Ho incontrato due amici col pelo, pochi secondi ed ho dato loro un nome. Un cucciolo tutto stropicciato e stanco, detto Bastone. Una cucciola di Siberian Husky detta Gilda.
Fortunatamente i cuccioli non erano in vendita: sarei tornata a casa con 10 esemplari...


Saturday, October 4, 2008

Quando un uomo...


“Quando un uomo ti dice che ti ama, che sei bella, che sei geniale, devi crederci”. E se Sonia Rykiel, famosa stilista francese che quest’anno festeggia ben 40 anni di carriera, ammette di trarre la propria creatività ed energia dallo sguardo di un uomo innamorato (di lei), anch’io, famosa racconta-storie di paese che quest’anno festeggia l’anno bisestile, posso lasciarmi, finalmente, andare ed ammettere che anche solo la presenza di un uomo innamorato (di te) è fonte di grande positività.
Queste mie frasi, questi miei pensieri sono il frutto di numerosi scambi di opinioni con un uomo che ha mostrato e descritto (a me) la propria indole di dominatore e non la nasconde, ma che accetta di essere stato dominato (fregato) a suo tempo e se ne sta godendo “i frutti”.
Tutto ciò di cui si discute spesso e che, quindi, diviene quasi “luogo comune” è fondato su frasi di circostanza da talk show pomeridiano o, ancor peggio, da frasi “trite e ri-trite” sentite in discussioni altrui.
“Gli uomini sono tutti uguali” è una frase trita e ri-trita. “Alle donne piacciono i bastardi” è un classico.
La frase più gettonata nei “dialoghi frustrati da non comprensione uomo\donna” con cui sono d’accordo è quella che sottolinea la grande differenza tra i due mondi, maschile e femminile.
Sostengo che l’uomo “sia diverso, molto diverso”. Sostengo che l’uomo “non lo faccia apposta”… ma “non sempre ci arrivi (a cosa la sensibilità di noi donne sa bene…)”.
Ma ho anche potuto toccare con mano, per fortuna, una sensibilità maschile che non ha niente da invidiare a quella femminile, anzi, spesso è più sottile e pungente di quella appartenuta a molte donne.
Ho potuto confrontarmi con uomini molto “capaci di cuore”: mio padre è stato il primo. Molto tempo dopo si possono interpretare tanti segnali, tante parole e tanti gesti fatti tempo prima. Mi ricordo ancora quando da piccola faceva di tutto per non vedermi piangere, cercando di illudermi che piangere non servisse a niente e ridicolizzando qualsiasi motivo per cui stessi male. Mio padre mi ha sempre osservato in silenzio facendo crescere dentro di se un’idea di me oltre ogni difficoltà e possibilità. Questa sua idea così brillante di me ha infuso in me una forza ed incoscienza tale per cui, fin da piccola, non ho mai avuto paura di niente e creduto sempre di poter riuscire, bastava volerlo. Non c’è cosa più “prolifica” per se stessi della stima di un genitore che cresce man mano che crescono i tuoi anni. Dai miei 15 anni “il genio” visto nella mia quotidianità gli diede la libertà di cominciare a giudicare tutti “i miei uomini”: “non ha palle a sufficienza” era il messaggio in codice, cioè non era, secondo lui, alla mia altezza. Non ci sono molte dita di una mano che si possono contare per passare in rassegna le mie storie d’amore, ma c’è stato solo un uomo su cui mio padre non abbia detto nulla, anzi, su cui abbia fatto domande e non si sia dato risposte e generato sentenze.
Sono sempre stata una donna “viscida”, non perché falsa, incoerente e “volta faccia”, ma perché difficilmente si lasciava prendere e, soprattutto, comprendere. Nulla fatto di proposito: semplicemente i miei uomini “mi dovevano stare su da dosso” e per raggiungere questo obiettivo, inconsciamente, era importante non farsi conoscere appieno.
Mi sono sempre divertita con loro, ho sempre scelto uomini divertenti, con un qualcosa di folle in loro che si potesse adattare bene alla mia follia e particolarità. Ho sempre scelto uomini brillanti, che mi potessero spiazzare e sapessero lusingarmi quanto basta. Ho scartato uomini perché mi lusingavano troppo. Ho scartato uomini perché non riuscivano a farmi divertire stando in silenzio, non parlando e, ancor peggio, annoiandomi quando parlavano.
Ogni donna ha un uomo ideale nella propria testa (nel cuore non è possibile perché a quello non si comanda) ed ogni donna si chiede perché le piace proprio quel tipo di uomo. Ogni donna però non si chiede perché “cade sempre” nell’uomo esattamente opposto a quello che le piace idealmente e perché sia recidiva nel continuare a credere che quello ideale sia l’uomo giusto per lei.
Le mie origini sicule hanno fatto di me una donna “caliente”: l’uomo “ha da essè moro ed occhio scuro”. Mi giro e vedo un biondo con occhi chiari, pur sempre “caliente”.
Adoro gli uomini brillanti, soprattutto economicamente. Un mio ex arrivò a regalarmi una piantina grassa da 1€ per San Valentino dentro ad un pezzetto di carta stagnola. È finita pochi mesi dopo.
L’uomo deve essere protettivo e dolce. Un uomo azzardò “scusa, ma hai le tue cose ogni mese, perché devi lamentarti in continuazione e soprattutto con me dei tuoi dolori?”. È finita pochi mesi dopo.
Sere fa ho rivisto “Desiderio” di Roberto Rossellini, film in bianco e nero del 1945 (uno dei pochi film girati in pieno conflitto mondiale in cui si può vedere i disastri della guerra). In realtà credo che non sia la semplice storia di una donna, Paola, straziata dal dolore di una vita insulsa da cui non riesce a liberarsi, ma lo scorcio del pensiero maschile sulla donna e viceversa.
Paola è una donna bellissima, prostituta d’alto borgo in una Roma anni ’40. Potrebbe avere qualsiasi tipo di uomo (“Paola, se venisse a vivere con me non farei altro che ricoprirla d’oro”), ma si innamora di un floricoltore, Giovanni.
L’indole da “crocerossina” di cui gli uomini parlano non è così fallace, anche se io la definirei indole “da madre, da salvatrice” che ogni donna ha nei confronti dell’uomo che prende “di mira”. E qui ci spiegheremmo perché “le donne preferiscono i bastardi”, perché i bastardi hanno bisogno di essere riportati sulla retta via e perché proprio loro sono coloro che richiedono più sforzo di comprensione e nervi: una donna che riesce a raddrizzare il vero “stronzo” riceve il premio “samaritana dell’anno” ed è un premio ambitissimo nel mondo femminile, soprattutto per essere mostrato alle amiche.
Paola confida alla sorella: “A volte gli uomini mi guardano come se mi vedessero nuda dinnanzi a loro, ma Giovanni no”. Paola sceglie Giovanni, il floricoltore, perché non la guarda con gli occhi del sesso ma con gli occhi dell’amore. Noi tutte, care donne, scegliamo un uomo accanto perché ci guardi (e ci ha guardato a suo tempo) con occhi che vadano al di là della libido sessuale. E ci lamenteremo quando questi uomini non ci guarderanno più con occhi carichi di libido sessuale. Ecco, in questo siamo proprio incoerenti e devo ammirare, invece, la coerenza e semplicità maschile. Quando l’uomo ha classificato una donna “come la sua donna” quest’ultima dovrebbe perdere (preferibilmente mai avere avuto) capacità ammaliatrici nei confronti di altri uomini. Passionalità e capacità persuasive (sessuali e non) dovranno essere raccolte verso il proprio uomo. Se ciò accade, l’uomo stima ed ama la propria donna. Gli uomini funzionano a meccanismi molto semplici. Però poi, noi donne cerchiamo lo sguardo altrui per avere conferma della nostra bellezza e fascino e loro ricadono fra braccia (e cosce) altrui. Non è poi così semplice come credevo!!! Nel film, Nando, il marito della sorella di Paola, salta addosso a quest’ultima intravedendola nuda dalla porta del bagno. Pochi giorni prima la sorella di Paola aveva confidato a quest’ultima “se vuoi diventare la moglie di un uomo dovrai meritarlo veramente”. In poche parole, bisogna essere convinte nell’accettare di essere cornute, poiché suo marito pochi giorni dopo ci prova con la sorella. A cosa è servito essersi meritato di sposare quell’uomo? Mah.
Di tutto questo continuo a parlarne ed a confrontarmi con uomini e donne. Ogni squadrone ha il suo leitmotiv. Lo schieramento genetico non serve.
Siamo diversi, uomo\donna, quanto siamo diverse fra donne, ma alleate, quasi, contro gli uomini e questo ci fa sentire più simili.
Ho deciso: non mi alleo con nessun squadrone. Faccio il tifo per me e per gli uomini che sanno darmi “questa famosa energia” (leggere “energia” come: mio padre che mi fa il caffè al mattino presto….; il proprio uomo che ti dice “sei bellissima” o semplicemente “brava”; etc…).

Thursday, September 25, 2008

Deficere iuvat

Le numerose idee, pensieri e ragionamenti (che spesso divengono conclusioni) mi stanno facendo del male. Una mente troppo movimentata prima o poi comincia a “far rumore”, come se le rotelle del proprio meccanismo mentale all’interno, sempre in movimento, cominciassero a cigolare. Cigolano per mancanza di lubrificante, che nel mio caso è il riposo. “A chiunque e qualunque e chicchessia” (cit. Antonio Albanese in Psicoparty durante l’interpretazione del politico siciliano corrotto) mi dica di fermarmi, io non darò ascolto. Ma so che dovrei farlo. In questi giorni mi sono fermata, pochissimi giorni. Osservare le cose in movimento da fermi è molto differente dal godersele e vederle mentre si è in movimento, quanto o forse più di loro. Lunedì pomeriggio ero seduta in sala d’aspetto all’Ospedale Maggiore di Parma, reparto di Neurologia. Dover fare una visita specialistica in neurologia potrebbe avere molteplici considerazioni: la mia, molto semplice, è che soffro di emicrania con crisi trafittive da quando ero piccola piccola e pian piano mi sto gustando tutti i Centri Cefalee del Nord Italia. Mia madre era seduta al mio fianco. Mi piace aver mia madre seduta al mio fianco quando aspetto, quando aspetto qualsiasi cosa. Poco più distante da me, un’altra madre ed un’altra figlia, affetta da emicranie da ormai 20 anni che attende il suo turno, con più impazienza di me. L’ansia che trasmettono quelle due donne mi fa quasi pensare che non sia emicrania il loro problema, almeno non solo. Questa volta mi sono fatta visionare da un luminare, si, quei medici ricercatori anziani che senza che tu apra bocca hanno già capito il tuo problema (e si spera la soluzione) e che ti infileranno, senza che tu te ne accorga, nelle percentuali delle loro ricerche mediche universitarie. Io faccio parte dei soggetti affetti fa emicrania perché predisposti alla nascita (cosa significa?), di quel 10% che ha le crisi trafittive, di quel 5% che le ha solo in un emisfero cerebrale, di quel 60% che ha crisi trafittive durante un attacco di emicrania (e non da un momento all’altro). Non so se mi converrebbe fare una moltiplicazione di percentuali, un calcolo probabilistico su quando perderò definitivamente la pazienza, oppure una frazione che mi indichi esattamente cosa dovrò fare per non farmi venire voglia di “dare craniate” contro il muro un giorno si ed uno no. Visto i centoni di euro pagati, almeno la formula corretta avrebbe potuto darmela!!! Ed invece no, mi sono allontanata dopo una visita meticolosa di un’ora e 20 minuti, con “cura preventiva” a base di “droga sedativa” prescrittami ed un po’ di lusinghe: “Signorina, lei mi sembra precisa e studiosa, sono sicuro seguirà le mie indicazioni”. Seguono due giorni di riposo a casa dal lavoro, per l’ennesima emicrania fin dal mattino del giorno dopo. Decido di fare, per quanto mi è possibile visto il mal di testa, alcune piccole cose che non si ha mai il tempo e la pazienza di fare durante la settimana ed il tempo libero. Ho sfogliato e letto tutte le riviste arretrate di moda rimastemi da prima della partenza delle vacanze estive. E scopro che Lapo Elkann sta con sua cugina, che è stato proclamato “uomo più fashion cool” del mondo dalla stampa americana (gli americani non hanno gusto proprio in niente), che l’inverno è all’insegna del colore nero (non se ne può più), ma di un nero un po’ grigio ed un po’ blu (cioè, non nero). Ho rivisto il finale dei miei 10 film preferiti memorizzati sul mio pc portatile, gli ultimi 15 minuti di ognuno: Lost in Translation, Il diavolo veste Prada, Secretary, Ultimo tango a Parigi, Legami, La mala education, Sideways, Sliding Doors, Mare dentro, Amici miei III. Ho più volte tentato di iniziare un nuovo libro oltre a quello che sto leggendo, poco soddisfacente, ma senza risultato. Ho guardato un po’ di tv, che non guardo mai nemmeno nei week end. “Ogni giorno ha qualcosa da dirti”, pubblicità Amplifon; “Ciò che ti rende felice non è fare ciò che vuoi, ma volere ciò che fai”, frase di un corteggiatore alla tronista di turno di Uomini e Donne, “E’ più importante apparire o essere? E se potessi apparire per ciò che sei?”, pubblicità Dublò Fiat; “Prima o poi ci si dovrà confrontare con se stessi, non si può scappare”, Simona Ventura ad un Giuseppe Lago mezza-sega durante un collegamento de L’isola dei Famosi. Ho immagazzinato più perle di saggezza che mai in pochissimo tempo e davanti ad uno strumento molto controverso, per ciò che trasmette. Concordo, in tv si trasmettono solo cagate. E la tv mi fa tornare il mal di testa. Anzi, le cagate mi fanno venire il mal di testa. Che sia questa la vera ragione scatenante della mia sofferenza? Si, sento troppe cagate intorno a me…

Monday, September 22, 2008

Recidiva sempre

In quarta liceo presi il mio primo ed unico “rapporto”, sì, una “nota”. Un professore-personaggio, quelli che fanno della pazzia il loro canale di trasmissione delle informazioni, mi riprese una prima volta dicendomi, durante l’ora di ricreazione, “Alessandra, togli i piedi da sopra la sedia”. Io, seduta sul banco, li tolsi, nonostante non sapessi se fosse nel suo frangente serio o quello pazzo. Mi stavo mangiando un toast portatomi da casa, pausa delle 11.00, in soprappensiero appoggiai nuovamente i piedi sulla sedia. “Alessandra, sei recidiva. Ti do una nota”. E questa folle nota me la diede e scrisse sopra il registro di classe.

Da quel giorno la parola RECIDIVA è una delle mie preferite.

Sono sempre recidiva, tranne nell’errore malsano. Mi è concesso ripetere l’errore sano.

L’errore malsano è quello che razionalmente percepisci come negativo, dannoso alla tua amata persona (eh si, ci si deve amare per andare d’accordo con se stessi). Pian piano si impara a non recare danno a se stessi per rendersi, se non felici, almeno sereni o tranquilli. L’errore sano è quello considerato eccessivo, dannoso, negativo per “i più”, per la massa, la maggioranza, di cui, francamente, non mi curo. Quindi, sono recidiva negli errori sani se mi divertono e mi arrecano positività.

Venerdì sera sono stata recidiva, per esempio, nel tornare al concerto di Vasco Rossi a Bologna. San Siro a giugno non mi aveva saziato. Il mio essere recidiva mi ha portato a prendere una piadina con salsiccia e cipolla all’una di notte, prima di mettermi in macchina e farmi un’ora di coda per tornare a casa. L’errore sano è stato ripetuto: gustosa “stà piada” e procuratrice di piacere, non vi dico il bruciore di stomaco il mattino dopo…

Passeggiata millenaria

Sono cresciuta “crescendo” Denti Aguzzi. Denti Aguzzi è mio cugino, il più piccolo della famiglia, ed è stato soprannominato “denti aguzzi” da me perché fin dai primi anni di vita aveva fatto dei dinosauri e di tutte le loro specie e curiosità il suo obiettivo di vita. È un legame speciale quello con Denti Aguzzi, non solo perché hanno voluto dargli il mio nome, Alessandro, ma perché è stato fin da subito più un “nipote”, quasi un “figliolo”, più che un cugino. Il rapporto molto intimo con mia zia ha reso suo figlio quasi un figlio mio. Ci confidiamo e lui mi consiglia con gli occhi da bambino, spesso i più sinceri. Anni fa nacque tra noi due un modo di dire che fece il giro della famiglia e dei conoscenti. “Millenario” era l’aggettivo che racchiudeva una cosa fantastica, bellissima, la “più” di tutte. Denti Aguzzi aveva creato nella sua fantasia esseri millenari, draghi, dinosauri, mostri: li disegnava e ne parlava con me continuamente. Io avevo creato nella mia fantasia piccole cose che avrei voluto fare “millenarie”: mi tornavano spesso in mente, mi ripromettevo di farle. A giugno ho fatto una passeggiata millenaria, con ballerine bianche e giacchetta di cotone bianca. Ho camminato per ore in stile Coco Chanel attraversando il nostro ponte, mio e di Denti Aguzzi: Pont Alexandre III a Parigi. Chiunque sia di sesso femminile e sia cresciuta con Vogue ed Elle sotto i libri di scuola, guardando Colazione da Tiffany almeno 70 volte, sa che passeggiare per Parigi è un po’ come aver esaudito un piccolo sogno. Se poi si è a Parigi durante la mostra in onore dei 50 anni di Valentino, si riesce a trovare il negozio di Christian Roth ed a comprare gli occhiali da sole quasi perfetti, si è capitati in un hotel a 20 metri da Parc du Champ de Mars con finestra sulla Eiffel Tower, beh, “avrei potuto anche morire subito dopo”, il più che volevo nella vita era stato fatto. Parigi non ha rivali. E non credo solo per le “fashion addicted”. Si respira aria bon ton e si fanno sulla Senna “passeggiate millenarie”.

Monday, September 15, 2008

Il buon vivere 1

Quando si decide di mettere un numero dopo un titolo, seppur banale, il significato è uno solo: seguiranno altre parole sullo stesso argomento, se non proprio sullo stesso… argomento affine.

Ho avuto l’illuminazione su questo post sabato sera: serata piacevole, a mio agio perché facevo cose che a me piacciono molto. Ve ne volevo parlare.

Erano settimane che programmavo il cinema, finalmente dopo la pausa estiva, ed un film che si è rivelato non così “male”: x-files, voglio crederci. Anch’io voglio credere di essere andata al cinema per vedere e riuscire a godermi un film del genere. Ma è successo. Ci sto credendo… perché infondo il “paranormale” della storia non ha niente di così sconvolgente del paranormale che vedo nelle persone ultimamente.

Skully e Molder quasi convivono, si amano, ma si “beccano” in continuazione. Ottima lezione di “terapia di coppia”: due caratteri molto forti avranno di che rimboccarsi le maniche.

Il protagonista del film è un prete pedofilo (32 chierichetti… mica noccioline) che ha delle visioni su scomparse ed omicidi anomali. Poi gliene succedono di ogni. Ottima lezione di “vita”: prima o poi tutto torna.

Skully salva la vita a Molder. Conferma della distribuzione delle “palle” errata: dovevano essere consegnate al genere femminile.

Ecco come un filmetto da media\alta tensione ci insegna alcuni pilastri del quotidiano vivere.

Post cinema di seconda serata: musica metal\rock\industrial di quella da intenditori, locale gotico, Vampyria. Hemoglobyn. Creap n°2. E la serenità… di ascoltare musica che piace e mangiare e bere bene, parlare con i propri amici del film visto poco prima, della propria vita che va a rotoli, ridendo per sdrammatizzare e sentire “io Alle voglio capire come ha fatto in dieci anni ad andare tutto in merda”. Guardarsi negli occhi e ridere, sapendo che “in merda” sta andando tutto davvero.

Sapere, però, di essere sempre in paranoia ed ansia per il presente, ma lottare per non “fare andare in merda” anche il futuro.

Rendersi conto che si è più uniti di quel che si pensi, perché ognuno ha i propri remi… ma la barca è la stessa.

Questa è una considerazione che mi migliora la vita.