Monday, September 15, 2008

Lost in translation

Il sottotitolo del film (forse non troppo celebre come dovrebbe essere) di Sofia Coppola, Lost in Translation è “l’amore tradotto”. Come tutte le traduzioni italiane dal titolo originale inglese o in altra lingua, queste due parole vicine e legate al film, “l’amore tradotto”, stonano perfino.

E’ in assoluto il mio film preferito, quei film che riguardi 40 volte nel corso di un anno (eh si…), che sai quasi a memoria, ma che ti scordi sempre, perché tutte le volte che lo riguardi provi la stessa emozione, coinvolgimento e stupore della prima.

Stupore per la genialità del regista nel girare un film che parla di tutti noi e delle nostre anime, in una città “difficile”, Tokyo, con una semplicità e fluidità quasi da “cartone animato giapponese”.

Sono alla 32esima visione del film. La posologia prevedere: prendere il pc portatile, andare sotto le coperte dopo aver sistemato i cuscini sul letto, prendere un “qualcosa” per asciugarsi all’occorrenza il viso (piango sempre). Assumere quando si è: depressi, stanchi mentalmente, delusi dalla vita, leggermente “incazzati”.

Efficacia pari al 90% prima di vedere dal vivo i luoghi del film.

Rivederlo dopo aver vissuto Tokyo e la sua gente, 100%.

La critica cita: “interamente girato a Tokyo, il film di Sofia Coppola è un caloroso omaggio alla natura delle amicizie vere e alla città di Tokyo. Lost in translation contempla i legami inaspettati che stringiamo, i quali potrebbero interrompersi oppure durare per sempre.”

Non voglio scrivere pensieri sulla trama molto sottile o sulla bellezza del film. Sono positivi.

Voglio liberare quella grossa emozione che mi ha regalato Tokyo nel mese di agosto. Chiunque torni dal Giappone non riesce a non parlarne bene, lo so. Ma io non riesco a non pensare a quanto sia intriso di semplicità e valore tutto ciò che abbia visto a Tokyo, Nara, Kyoto, Gotemba, Mishima… Fare la vita “da cittadino” di Tokyo e non da turista ti fa riflettere su quanto sia “sicuro”, perfetto, efficiente, sereno il loro stile di vita. File chilometriche ovunque, centinaia di persona ad ogni semaforo, metropolitane e treni pieni ad ogni ora, locali sempre al completo: eppure tutto si muove, velocemente, nessun tipo di ingorgo, un posto a sedere che prima o poi arriva, serenità perfino nel correre per strada perché si è in ritardo. Nessuno sclera. Ogni gesto fatto da un giapponese ha una pacatezza ed una cortesia che rasserena i nervi. Ogni parola detta da un giapponese non verrà capita, se non in inglese (inglese non troppo asiatico però, altrimenti è come se fosse un’altra lingua), ma si farà capire per aiutarti.

Sentirmi sicura per strada, in centro città, è una sensazione che in Italia non ho più. Camminare sola di notte per Tokyo, Kyoto, non girandomi in continuazione per vedere se qualcuno mi seguiva…è stato come tornare piccola e provare la stessa sensazione di quando camminavo mano nella mano con mia madre.

La cura dei particolari, dei luoghi è ciò che per primo colpisce, ma solo visivamente. La cura psicofisica che i giapponesi mettono in ogni gesto è ciò che colpisce umanamente.

Rivedere Lost in Translation dopo essere stata a Tokyo è stato come riprendere quel volo interminabile e tornare. Gli stessi luoghi visti poche settimane fa, gli stessi rumori… quella sirena non angosciante dell’ambulanza che sentivo ogni mattina dal letto dell’hotel quando aprivo il primo occhio, quel “din” che hanno tutti i palazzi a più di 30 piani che ti avverte che sei arrivato al piano desiderato, gli ascensori a tutto specchio con panoramica da vertigine al lato esterno, quegli inchini tutte le volte che esci da un locale o da un negozio avendo comprato qualcosa.

Non credo sia solo un’impressione positiva di una nazione imparata a conoscere. Credo di essermi innamorata di una cultura opposta alla mia e di tutto ciò che la circonda.

Devo pensare a quando poter tornare….


Friday, September 12, 2008

Today at lunch time....

Sono andata a pranzo con una collega (che poi è divenuta nel corso dei mesi una cara amica). Non è sempre così scontato e facile fidarsi dei colleghi di lavoro.
Due donne, al tavolo di un bar, in pausa pranzo parlano di... uomini e scarpe.
Sulla seconda abbiamo risolto molto velocemente: quest'anno andrà ancora la vernice ed i colori caldi, prugna, viola ed antracite. Le ballerine e decollete resisteranno, anzi, diverrano il passepartout di stagione.
Sul primo argomento siamo ancora in fase aperta di discussione: lei che attende una chiamata dal "bastardo" che piace tanto ma sfugge sempre, io che divengo troppo disillusa, quasi delusa...
Ma la Fede forse ha la soluzione giusta ma che difficilmente si riesce a mettere in pratica: "se ci pensi bene Alle, l'amore è la cosa... anzi, dovrebbe essere la cosa più semplice del mondo. Ci si piace, si va d'accordo, basta, vogliamoci bene. Ed invece no, dobbiamo farci "seghe" sui se, i ma, i dopochè... sulle strategie anche solo per piacere."
Mi chiedo, giustamente, perchè si conduca una vita così,



quando se ne potrebbe condurre una cosi:

Thursday, September 11, 2008

Mi è preso il trip per Lucarelli

Domenica scorsa sono stata a Mantova al Festival della Letteratura.
Mantova è bella, è sempre stata bella ed è bella in qualsiasi stagione.

Devo ammettere, però, che in occasioni speciali si fa ancora più bella.
Gremita di gente intorno alle piazze del centro, davanti ai teatri, sembrava "la città della cultura": persone e persone con sete di condividere, assorbire come spugne, divulgare tutto ciò che aveva a che fare con la scrittura e con il piacere di leggere.
Ho preso parte ad un'intervista a Carlo Lucarelli nel pomeriggio sull'importanza dell'incipit di un libro, di un racconto.
Per Carlo l'incipit è il pezzo di racconto, storia, che va dalla prima parola al primo punto ed a capo. Ed è importante che sia "efficace".
Carlo mi ha "intrippato". Non avevo mai letto nulla di lui e non lo avevo nemmeno mai graziato di una visione attenta di Blu Notte.
Domenica sera, alle 21.00 , ero incollata davanti alla tv, raitre, per godermi la mia prima puntata di Blu Notte su Tangentopoli.
Bella.
Adesso ho comprato un suo libro, perchè quando mi prende un trip difficilmente mi passa con poco: Nuovi Misteri d'Italia.
Chissà quanto mi durerà...

Wednesday, September 10, 2008

The Urban Etiquette Guide

Su un numero de The New York Times scorsi, mesi fa, un articolo che fece al caso mio, “mio” in quanto sempre attenta a mostrare rispetto ed educazione verso il prossimo: Guida alla buona educazione in pubblico (“New rules for getting along in an endlessly wired, ruthlessly crowded, sexually libertarian city”).

Letto l’articolo con curiosità ed interesse, lo immagazzinai nella memoria fino ad un bel giorno (poche settimane fa), quando in metropolitana a Tokyo mi accorsi di essere l’unica ad avere gambe accavallate ed a parlare ad alta voce col vicino di seduta. Ripensai a quella famosa “etichetta del buon cittadino” letta su un quotidiano di New York. E pensai a quanto noi italiani siamo riconoscibili, volenti o nolenti, all’estero.

“Etiquette. The word may seem quaint and ironic to progressive New Yorkers, bringing to mind doilyed scenes of high tea with extended pinkies and stilted conversation. After all, many of the original rules were based on traditions stepped in emotional constipation – hardly appropriate for a modern, espressive, liberated city. But, in fact, the nature of New York is precisely why we need etiquette more than ever. First of all, it’s so crowded!”

Al di là del classico approccio americano alle cose e persone iniziale (motivare sempre il perché e mostrarlo come spinta all’esecuzione delle cose ancor prima di spiegare le cose da fare), non pensiate che le classiche norme “dei bravi cittadini in strada” siano sufficienti: mantenere la destra sui marciapiedi se si cammina lenti o con mezzi ingombranti, non osservare una donna camminare e rivolgerle apprezzamenti e non fumare nelle vicinanze di qualcuno anche se si è all’aperto sono semplice routine da quieto vivere per le strade di New York.

L’etichetta del “buon newyorkese” si dilata soprattutto verso le sfere quotidiane più personali.

Cosa fare dopo una notte in compagnia di una nuova persona? “What obligations does one have after a one-night stand?”

Tutto ciò che si dovrà fare dopo deve essere coerente con quanto fatto intendere o detto durante la nottata: se ci sono aspettative per un futuro, pur anche breve, bisognerebbe rispettarle. Se non sono state fatte false illusioni, bisognerà essere semplicemente educati: se la liaison ha avuto luogo nel proprio appartamento una semplice colazione insieme il mattino dopo è più che sufficiente, ma è importante non dilungarsi e non mostrare troppa “confidenza” (alimenta le aspettative dell’altro). Se tutto ciò che doveva succedere è accaduto nell’appartamento altrui, basterà salutare dopo essersi esibiti in una conversazione di circa 20 minuti (“engage in light caressing and conversation for at least twenty minutes”) o, nel caso si voglia fuggire prima ancora che il\la partner si svegli, lasciare un biglietto, anzi, un post-it: SEI STATO GRANDE STANOTTE. Tassativamente vietato chiedere e dare il proprio numero di telefono se non si vuole essere ricercati (è bene non inventarselo o dare il proprio numero cambiando una cifra… o due se si è più cattivi).

Chi paga il conto? “Who pays the bill on a date?”

Paga chi invita, chi propone. Vige ancora la cavalleria, però: dovrebbe comunque pagare l’uomo. È buona norma dare una possibilità agli uomini non molto svegli: la “dama” dovrebbe alzarsi per andare in bagno a fine cena e dare la possibilità al “damone” di chiedere il conto e saldarlo (in modo da non far vedere nemmeno QUANTO si è speso). È così brillante sentirsi dire: “andiamo cara, è tutto a posto”. Difficilmente un uomo lo farà anche se voi vi sarete chiuse in bagno per mezzora, quindi: offritevi, donne, di pagare la vostra parte. Se il vostro compagno di bevute e mangiate accetta, cercate di non farvi venire un’indigestione e cercate un nuovo compagno.

Per quanto tempo è accettabile mostrare le proprie nudità? “How much locker-room nudità is acceptable?”

Essere nudi in uno spogliatoio è concesso e doveroso, inevitabile, ma nel caso si abbia qualcosa con sé che possa essere usato per coprire i genitali… è bene usarlo.

Vi ho accennato alla compostezza dei giapponesi sui mezzi pubblici. Gli Americani non sono proprio “zen” e silenziosi. Sui metro di New York, fra le “Rules of the underground” si legge: #7 – Lie down on subway only if dead. A New York accettano persone sdraiate sulla metro soltanto se morte.


Monday, September 8, 2008

Lo spezzare la corda è importante



ed il voltarsi indietro per guardare gli occhi di chi (cosa) ci ha legato...

Monday, September 1, 2008

Per non pensare alla droga soltanto

“Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” non è proprio un titolo azzeccato. Forse “Cristiane F. e lo strano trip della vita” poteva essere più interessante. Il libro è un intervista fatta a Christiane F., “la tossicodipendente più famosa in Germania negli anni ottanta” (dice la sua biografia, ma io estenderei la sua fama un po’ di più ed anche per generazioni successive); quindi, il lessico è quello che è (aveva 17 anni quando ha rilasciato l’intervista). Le parole più ricorrenti che perseguitano il lettore anche durante le settimane successive la lettura del libro sono: “stare a rota”, cioè essere in crisi d’astinenza da eroina; “ingollare”, mangiare; “occhi come due spilli” per dire che non si era fatti; “trip”, qualsiasi cosa avesse a che fare con lo sballo chimico da sostanza stupefacente; “sola”, perché i tossici sono soli, pensano solo a se stessi e si sentono soli; “marchette”, prostituirsi per procurarsi la droga; “reggere e non reggere”, subire e non subire qualcosa. Cristiane ha più volte ribadito il motivo per cui un giovane alla fine degli anni ’70 in Germania non potesse non drogarsi: “mi sentivo sempre distrutta e scoraggiata…[…] tutto ruotava intorno a dei miserabili ed a cose miserabili…[…] In un certo senso sarei stata volentieri giovane nel periodo nazista. Allora i giovani avevano un’idea di come stavano le cose e avevano ideali. Credo che per un giovane è meglio avere falsi ideali che non averne nessuno.” I consapevoli cadrebbero (cadono) nella rete “chimica” ancora oggi, non in Germania, credo ovunque. Ma i consapevoli, io fra questi, nella rete ci cascano spesso, non necessariamente in quella di chissà quali sostanze, ma in quella “del raccontarsela” per farla passare meglio. In fondo è pur sempre un “intontirsi” per non sentire e non pensare. Ecco, credo che imparare a non mentire più a se stessi sia difficile quanto disintossicarsi da una droga. Ed in effetti io spesso “sto a rota”.

Saturday, August 30, 2008

Le ombre nella mente

Alda Merini, classe 1931, è l’unica poetessa in Italia che oggi vende 20 mila copie.

Oggi che nessuno legge. Oggi che nessuno legge POESIE. Oggi che nessuno presta particolare attenzione alla “cultura”.

Alda Merini è stata bocciata alla prova d’italiano, quando tentò di entrare al liceo classico Manzoni di Milano. Non è mai stata ammessa. Mi viene in mente Albert Eistein, rimandato in matematica.

Alda Merini ha vissuto (e continua a vivere) più anni in manicomio che fuori.

Vive a Milano, sui Navigli.

Non ha una scrivania, “scrive” dettando i versi ad un amico fidato sdraiata sul letto: “Il mio letto è sacro. Qui sono nate le migliori poesie.” Vive circondata da migliaia di oggetti raccolti nel corso della sua vita, ma senza un particolare significato ed importanza. Cianfrusaglie. Perché tiene tutta questa roba? “Ho fatto molti elettroshock, non ricordo”. C’è qualcosa che le piace? “No”.

Fuma. Tanto e spegne le sigarette sul pavimento di graniglia: “Ah, il piacere di buttare per terra”. La sua casa è un mozzicone di sigaretta per terra e sui mobili dietro l’altro. “Mi piace sporcare la casa. Vivere nel pattume. Come i maiali. Il maiale pulito non diventa grasso. Non mi lavo da vent’anni. stare lì a lavarmi? Perché mai? Io odoro di paradiso. Mio marito faceva tre docce al giorno. È morto di cancro. Il medico mi ha detto che è morto perché era troppo pulito. La bestia non puzza come l’uomo. Quando vieni fuori dal manicomio e sei ancora vivo non hai tempo per lavarti”.

I numeri telefonici sono scritti sul muro di fianco alla mensola su cui poggia il telefono. Solo numeri, nessun nome: “Sono tutti miei amici, alcuni sono morti, vai a sapere”.

Ho letto queste sue parole su un vecchio numero di Vanity Fair. Non ho mai letto nessuna poesia di Alda. Lo farò. Perché ora “la conosco” e perché voglio leggere parole “senza filtro”, parole frutto di una mente leggera quanto pesante vista la sofferenza psichica.

 

L’unica cosa che posso dire

è che non ho mai pianto

e da tempo ho smesso di chiedermi il perché

del mistero della vita.

 

Mi chiedo come mai la vita

si sveglia ogni mattina

quando io avrei giurato a tutti

che sarei morta ieri sera

 

La sua prima poesia che leggo….

Thursday, August 28, 2008

Le rette tangenti in un punto

Vivevo di pane e matematica, nemmeno con la marmellata.
All'età di 8 anni il mio migliore amico era una statuina di Archimede, piccola piccola, alta nemmeno 5 cm. La portavo sempre con me. A scuola la mettevo sul banco e durante le ore di matematica mi suggeriva le risposte (credevo).
Ho portato Archimede di plastica in tasca fino al primo anno di liceo scientifico, dove le risposte durante l'ora di matematica si facevano sempre più difficili, da trovare e da dare.
Poi l'ho perso.
Non so come.
Archimede vero, non quello Disney e non quello di plastica, aveva la fissa per le rette tangenti. Divenne il mio scienziato preferito perchè notavo, man mano che studiavo sempre più suoi teoremi, quanta dedizione avesse per calcolare le rette tangenti.
La mia fissa divennero le rette tangenti.
Imparai la formula a memoria per calcolare l'equazione della retta tangente in un punto, poi per calcolare l'equazione di un fascio di rette tangenti in un punto, ancora le coordinate del punto data l'equazione della retta tangente. L'analisi di funzioni era uno dei pochi momenti di vera passione durante l'ultimo anni di liceo ed il primo anno di università. All'epoca non c'era uomo o passatempo più "vivo" di un fascio infinito di rette tangenti e la sua equazione.
Ad oggi, mi trovo a mio agio soltanto con persone ed in circostante in cui tutto sia tangente, non secante.
Tangere è toccare delicatamente, quasi appoggiarsi su un punto. Secare è tagliare, spezzare.
Spesso mi viene il dubbio che sia sempre stata così brava in matematica e mi sia piaciuta così tanto... perchè dovevo imparare a calcolare le mie rette tangenti ed i punti in cui le volevo far passare.
Mi ricordo tutte le formule. Non dovrei avere problemi.

Wednesday, August 27, 2008

La letteratura è uno strumento perfetto per indagare l'anima

Quante di voi (anche quanti) hanno avuto tra le mani quest'estate (non ancora finita, diamoci dentro!!!) il libro qui a fianco? Quante e quanti di voi hanno visto questo libro in mano ad amici, conoscenti o semplici vicini di ombrellone? Quante e quanti di voi hanno sentito parlare di questo libro e\o l'hanno visto in libreria?
Tanti.
Io ho letto questo libro, proprio sotto l'ombrellone.
Perchè Allefer ha letto un libro di cui tutti parlano e che stanno leggendo tutti? Semplice, volevo capire perchè lo stessero leggendo tutti!
E tutti hanno fatto e stanno facendo bene a leggerlo.
"La solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano è un libro piacevole e tremendo allo stesso momento. Piacevole perchè scorrevole e scritto bene. Tremendo perchè profondo ed emozionale. Se riscontrerete un minimo di somiglianza in ciò che fanno i protagonisti, sarà sempre più tremendo man mano che ci si avvicina all'ultima pagina.
L'autore ha la mia età. Paolo all'età di 26 anni sa già (e dice): "la letteratura è uno strumento perfetto per indagare l'anima". Sono d'accordo.
Leggete gente e, se ne avete voglia, scrivete.